ORGOGLIO DI NOI “ONESTONI”. GRAZIE GIACINTO

ORGOGLIO DI NOI “ONESTONI”. GRAZIE GIACINTO

“Fai chiamare Ghelfi, oh, come si chiama là, il brindellone alto, il presidente…” Facchetti. Si chiama Giacinto Facchetti. Il terzino dell’Inter, il primo difensore a segnare così tante reti nell’arco di un campionato, la maglia numero 3, capitano della nazionale, dirigente, Vicepresidente e poi Presidente della Beneamata. Quella di Giacinto fu una carriera a tinta unita, nerazzurra. Per i valori morali, oltre che sportivi, espressi in campo gli sono stati intitolati premi, tornei e manifestazioni. Alla presidenza dell’Inter ha vinto due Coppe Italia, due Supercoppe e lo scudetto assegnato ai nerazzurri dopo lo scandalo di Calciopoli.

Lo scudetto degli onesti. Quello che tanti hanno definito come un ridicolo scudetto di cartone. In pochi avevano intuito che in quel preciso momento stava avvenendo un importante cambio generazionale, una svolta. Il calcio aveva deciso di mettere al centro della questione l’etica. Eppure, nonostante le intercettazioni, la sentenza della giustizia sportiva e le palesi dimostrazioni che quella mormorata fino a quel momento non era solamente dietrologia, ancora oggi il tifoso nerazzurro viene irriso per quello scudetto assegnato a tavolino. Come se i successivi anni di dominio nerazzurro non dipendessero anche dall’annientamento di un sistema, che per troppi anni aveva condizionato la scena del calcio. Come se l’essere onesti fosse una colpa. Anche davanti all’evidenza si era cercato di trovare a tutti i costi qualche responsabilità che potesse in qualche modo legare Calciopoli all’Inter. Moggi, intuendo forse che la barca che dirigeva in qualità di capitano stava bellamente affondando, aveva provato a trascinare nel fango anche un puro come Giacinto, incolpandolo di aver firmato fideiussioni false. Anche in quel frangente Facchetti non si scompose. Querelò Moggi senza far scalpore, né rumore. Con la fierezza di una coscienza integra affrontò anche quell’attacco gratuito e privo di fondatezza. Purtroppo Giacinto sarebbe venuto a mancare da lì a poco. Senza scalpore e senza rumore, in un letto d’ospedale, dopo aver speso la sua vita per l’Inter e per quelle vittorie, delle quali da vivo non aveva potuto godere. Ma non c’è stata una sola partita, dopo la sua scomparsa, che non fosse dedicata a lui e alla sua signorilità. Un modo di essere che non lo aveva mai tradito e che aveva reso fieri tutti noi tifosi nerazzurri.

Durante Calciopoli l’arbitro De Santis aveva affermato con sicurezza che a chiamarlo erano tutti i dirigenti (escludendo stranamente ogni rapporto con il maggior indiziato, Moggi) e sottolineando  il nome di Facchetti. “Certo. Era uno dei più assidui, e una volta la sua chiamata è stata al limite del lecito.” Credere che uno come Giacinto telefonasse agli arbitri per aggiudicarsi un qualsiasi tipo di favore era impensabile. Uno che Moggi definiva nelle sue telefonate un “brindellone”? No, nessuno di noi aveva mai creduto a questa bufala.

Oggi, troppo tardi, arriva la smentita di colui che lo aveva accusato, infamandolo. De Santis si è scusato rivelando di aver detto delle menzogne: “Si tratta di una vicenda incresciosa: oggi non ripeterei quelle parole che non corrispondono per nulla al vero; con Facchetti avevo solo ed esclusivamente rapporti istituzionali ai quali eravamo tenuti nei rispettivi ruoli. Quelle frasi, di cui mi dolgo, sono false e gravi per l’offesa che hanno arrecato alla sua memoria, ovvero una persona che non era coinvolta in qualsivoglia pratica illecita e che neppure era adusa a tenere comportamenti non corretti. Mi dispiaccio di quelle parole per le quali mi scuso pubblicamente“.

Non avevamo dubbi in merito alla trasparenza di Giacinto e le dichiarazioni di De Santis non ci hanno sorpreso. A sorprenderci sono ancora i toni beffardi che ci additano come gli “onestoni”, una definizione per sottolineare una condizione negativa più che positiva. Una condizione della quale siamo tutt’ora fieri. E questo per merito del grande Giacinto Facchetti. Per i nerazzurri il Cipe e per qualcuno un “brindellone”. Grazie Giacinto.
 

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