SIAM VENUTI FIN QUA PER VEDERE SEGNARE KAKA’…

SIAM VENUTI FIN QUA PER VEDERE SEGNARE KAKA’…

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E’ stato un derby, quello giocato neanche una settimana fa, che ancora si porta dietro strascichi pesantissimi. Brandelli di ciò che ne rimane di una partita che ha fatto un solo vincitore e molte vittime. Uno scontro fra due squadre che, seguendo le trasmissioni giornalistiche e gli articoli sui più noti quotidiani sportivi, avrebbe dovuto regalare emozioni ad entrambe le tifoserie ed offrire la prova definitiva che l’Inter, scarsa fautrice di gioco secondo i detrattori della Beneamata, sarebbe definitivamente caduta sotto i colpi di quel Milan, artefice del bel gioco sempre secondo gli stessi “esperti” di prima, che, stanco di sentirsi giudicato inferiore, avrebbe tirato fuori l’orgoglio e la grinta caratteristiche che tanti trofei in passato avevano regalato ai rossoneri.
Non è andata così e a soccombere sotto le bordate della corazzata di Mourinho, come ama definirla Cobolli Gigli, è caduta quella torre, ormai logora e in piena fase decadente, rappresentata dal Milan. La storia, perché ormai di quello si può parlare vista la velocità con la quale il mondo del calcio va avanti, è nota a tutti e tutti, ma proprio tutti, sanno com’ è andata la tenzone fra le due casate di Milano. Un Inter sorniona nei primi minuti, alla pari del Milan come qualcuno ha preferito dire, in attesa di colpire quel che rimaneva di una compagine che, non moltissimo tempo fa, gestiva le partite internazionali con la sua esperienza europea quasi a suo piacimento. Ma, come abbiamo detto, nel calcio il tempo vola e quello che è presente dopo poco diventa già storia. Del resto, intervistato da Paolo Beltramo per Mediaset, anche il pluri-Campione del Mondo Valentino Rossi, interista doc, ha sottolineato come, troppo spesso, il milanista viva del passato e dei ricordi ma che, mai come nei tempi odierni,sia il presente ciò che conta, e lui è il primo ha dimostrarlo, sempre.
Chiudiamo questa parentesi, rappresentata da come la partita si sia svolta e quale piega abbia preso, e passiamo al tema reale dell’articolo. Guardando il match ho notato, ho sentito, e il che in realtà mi ha impressionato positivamente, il coro, cantato da circa il 70° minuto in poi, che faceva “Siam venuti fin qua per vedere giocare Kakà” cantato da tutto lo stadio! Si, avete compreso bene, da tutto il San Siro. Ecco, anche se può considerarsi una stupidaggine, come lo sport, il calcio, nonostante le differenze di tifo abissali e il cattivo rapporto sportivo reciproco, possa unire i popoli di fede differente, anche se solo per sottolineare goliardicamente un qualcosa. Il coro, nato sin dall’inizio della partita, era partito dalla fazione nerazzurra a mo di sfottò verso i “cugini” per ricordargli che, quel campione da loro tanto osannato che andava sempre ricordando di aver giurato fedeltà eterna alla maglia del Milan, ormai era volato via di soppiatto da tutto e da tutti e senza salutare destinazione Madrid.
Di contro i tifosi della squadra di Silvio Berlusconi – in tribuna a godersi il suo team – avevano mostrato striscioni in favore dello staff societario e cori che li riavvicinavano al presidente. Tutto ciò fino a quando, molto poco veramente, non si sono resi conto che, quel ricongiungersi con i dirigenti, forse non era cosa buona e nemmeno giusta e che il coro urlato contro il cielo – scusa Liga per la citazione ma vista la roboante vittoria della tua squadra mi sembrava doveroso – era forse quello più giusto anche per loro, da gridare alla dirigenza milanista e in primis in direzione del presidente Silvio Berlusconi. Presidente del Milan che, nel frattempo, era “fuggito” nella saletta interna riservata alle autorità. Con lui, ma fuori dallo stadio e non in “saletta riservata”, erano già andati via anche numerosi tifosi del Diavolo dagli spalti. Così in un clima che, vista la situazione, sembrava irreale, tutti, rossoneri e nerazzurri, anche se per poco e per quel che rimaneva del primo derby ufficiale della stagione che il Milan perdeva 0-4, hanno deciso, anche se per motivazioni diverse, di unirsi in un’unica voce; quella interista lì a ripetere e a ricordare, qual’ora ce ne fosse stato bisogno, che il “loro” Kakà non c’era più e quella sera non avrebbe giocato per loro, la voce milanista, che faceva da eco a quella dei “cugini”, a ricordare ancora una volta alla società che, a causa di una campagna acquisti-cessioni scellerata, la loro squadra e quella società che tanto gusto nel passato gli avevano regalato, adesso venivano investite da un ciclone nerazzurro che, a rimarcare ulteriormente la propria superiorità, gestiva la partita nel finale con un buon fraseggio per non infierire oltre su un avversario che, se avesse potuto, avrebbe gettato volentieri la spugna.
Alla fine il gong, ops scusate, il fischio finale, senza recupero perché di recupero non c’era bisogno alcuno come ben aveva capito il buon Leonardo d’intesa col 4° uomo, è arrivato e adesso, insieme al famigerato coro, echeggia ancora su un San Siro deserto, come su un campo di battaglia da epico conflitto che tante vittime ha lasciato. Vittime tutte però figlie della stessa fede, quella milanista!
 

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