BALOTELLI A CUORE APERTO: L’INTER, MORATTI, IL RAZZISMO, LE MACCHINE E…LA POCA ESULTANZA: “SEGNARE E’ IL MIO DOVERE”

BALOTELLI A CUORE APERTO: L’INTER, MORATTI, IL RAZZISMO, LE MACCHINE E…LA POCA ESULTANZA: “SEGNARE E’ IL MIO DOVERE”

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Ecco il testo dell’intervista rilasciata da Mario Balotelli al Corriere della Sera. Un Balotelli a tutto tondo, che parla di calcio ma non solo:

Mario, le dediche sono banali. Ma quel­lo che ha fatto contro il Palermo ne meri­ta una…
«I due gol sono prima di tutto per la mia famiglia e poi per Anthony, il mio più caro amico. Mia mamma, mio papà, i miei fratel­li e mia sorella sono la cosa più importante che ho avuto e che ho. Mi fido soltanto di loro. Nessuno si deve mai permettere di cri­ticare la mia famiglia. Tutto qui».

Concesio è il suo «buen ritiro». Ci va spesso?
«Appena posso. Qui a Brescia mi sento più tranquillo; magari non è comodissimo per arrivare da Appiano, dopo gli allena­menti, però è un posto bellissimo, perché c’è la mia famiglia».

È vero che genitori e fratelli sono seve­ri con lei, ma che lei li ascolta poco?
«Io sono testardo, però so che quello che mi dicono, me lo dicono per il mio bene. Prima non sono d’accordo e m’incavolo un po’. Poi alla fine, capisco che hanno ragio­ne loro».

È vero che le piacciono i bambini?

«Moltissimo e non da ora; spero di aver­ne tanti, perché sono bellissimi».

Chi sono i suoi amici?
«Ne ho nel calcio, e penso a Paloschi, con il quale gioco nella Under 21 e a Bia­biany, che era con me nella «Primavera» dell’Inter e con il quale sono rimasto in con­tatto.
E poi Martina e Viotti, che giocano nel Brescia. Poi ci sono quelli che non gioca­no a pallone. Anthony è un tipo ecceziona­le, proprio una bella persona; è come un fra­tello, anche se ogni tanto è severo con me. Capita che quando siamo in giro alla sera, mi porta a casa, perché dice: domani ti devi allenare, tu sei un giocatore. E io alla fine gli do retta».

C’è anche un cane che abbaia…
«Volevo prenderne uno. Ma i miei han­no detto: se proprio lo vuoi, prendilo alme­no in un canile. Ci sono andato, ne ho guar­dati tanti, ma non mi piaceva nessuno. Fin­ché ho visto un labrador di un mese e l’ho preso. Adesso lo cura soprattutto mia mam­ma, perché io fra allenamenti e partite non ho molto tempo».

Parliamo di pallone: che cos’è per lei il calcio?
«È uno sfogo, ma è soprattutto un diver­timento. Giocare davanti a tanta gente è magnifico».

Quand’è che ha capito di poter arrivare a giocare in serie A?
«Lo dicevo quando già avevo sei anni. Mia mamma non ci credeva, ma è stata co­stretta a convincersi. Presto hanno comin­ciato a cercarmi in tanti, alla fine è arrivata l’Inter».

Non ha mai pensato a dedicarsi ad un altro sport? In fondo, se avesse fatto atle­tica, visto che lei un po’ assomiglia nel fi­sico e nel modo di correre a Bolt, non avrebbe avuto a che fare con gli arbitri e non avrebbe dovuto dividere i successi con i compagni di squadra…
«Ho fatto atletica e anche ginnastica, ma poi ho scelto il calcio. Mi è sempre piaciuta la kickboxe, magari un giorno la farò an­che. E un giorno mi piacerebbe molto cono­scere Bolt».

Che cos’è per lei il gol?
«Una grande gioia, un attimo che ti rega­la una sensazione bellissima. Ma il massi­mo del calcio è il dribbling. Soltanto che si contano i gol».

Perché è in assoluto il giocatore italia­no che esulta meno quando fa gol?
«Io gioco in attacco; che cosa dovrebbe fare un attaccante, se non segnare? Mi sem­bra un fatto normale. La gioia la sento, ma mi resta dentro. Segnare a San Siro è una bella emozione, ma non mi sembra il caso di fare troppe scene. Purtroppo quest’an­no, ho mancato due gol clamorosi, contro Parma e Cagliari. Peccato, sono molto atten­to al conteggio dei gol».

Chi sono stati i giocatori dai quali in questi anni ha imparato di più?
«Ronaldo, quello brasiliano, non quello ex Manchester United, purtroppo non l’ho mai conosciuto, ma da piccolo, lo seguivo moltissimo in tv. Già lo studiavo quando era venuto all’Inter e io avevo sette anni. E poi c’è Ibrahimovic, ma non è vero che ho imparato da lui a tenere lontano il difenso­re, però posso farlo soltanto quando vengo schierato come attaccante centrale e non da esterno».

Sono passati quarant’anni dallo sbarco dell’uomo sulla Luna e venti dalla caduta del muro di Berlino, eppure in tanti van­no ancora allo stadio e invece di guardare una partita, si divertono con i buuh. Che cosa ne pensa?
«Che non è un problema mio, ma loro, anche se non è una bella sensazione. Così certe reazioni ci possono anche stare, come mi è capitato durante la partita con la Ro­ma di sei mesi fa. Peccato che quasi tutti abbiano rotto le scatole più a me che a quel­li che urlavano».

All’Inter come si sta?
«Sono molto contento dei miei compa­gni di squadra; però mi piacerebbe riuscire ad essere più sereno. Ho perso la spensiera­tezza di quando giocavo con la Primavera».

Moratti la definiva un «giocatore fanta­stico », quando era ancora lontano dalla prima squadra. Che persona è?
«Sono contento di avere un presidente così. Non credo che tutte le squadre ne ab­biano uno come lui. So che mi segue con molta attenzione; mi ha chiamato anche giovedì sera, per sapere come stavo».

Com’è il calcio visto da dentro?
«È un mondo pieno di opportunisti. Ti considerano fino a quando servi. I miei fra­telli mi hanno spiegato che è così dapper­tutto. Sarà…»

Si è molto parlato in questi giorni (e mesi) delle auto di Balotelli…
«Se è per questo mi piacciono anche i go-kart. L’auto è una sola, è una Mercedes e l’ho presa perché ho la passione della ve­locità ».

Reazioni in famiglia?
«Mia mamma ci è rimasta malissimo e mi ha detto: ma sei pazzo? I miei fratelli vo­levano che ne prendessi una meno poten­te. Però io volevo quella e quando mi met­to in testa una cosa è quella. Adesso mia mamma è preoccupata».

Un calciatore di 19 anni è molto corteg­giato dalle ragazze?
«La mia ragazza si chiama Carla».

 

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