Stramaccioni: “Inter? Ecco quando si ruppe tutto. Sneijder stava spaccando una porta”

Stramaccioni: “Inter? Ecco quando si ruppe tutto. Sneijder stava spaccando una porta”

L’ex tecnico nerazzurro si racconta e spiega come Ausilio gli consigliò di rifiutare la prima squadra affinché evitasse di bruciarsi

di Francesco Parrone, @FrankParr

In una lunghissima intervista rilasciata al Corriere dello Sport, l’ex tecnico nerazzurro Andrea Stramaccioni ha ripercorso dettagliatamente la sua avventura all’Inter, raccontando molti aneddoti interessanti.

Prima della carriera da allenatore, però, il giovane Stramaccioni fu un promettente calciatore colpito dalla sfortuna: “La partita era finita, era la mia prima da professionista. In un intervento in scivolata mi si è piantato il ginocchio in terra e mi sono rotto tutto. Il dottore, dopo avermi visitato, mi ha detto: “Era meglio se finivi sotto a un camion”. Mi ero rotto tre legamenti su quattro, oltre a fratture varie. Mi fecero un intervento sperimentale. E’ sparito anche il video dell’operazione, lasciamo perdere… Poi fui portato all’Isokinetic e lì, con macchine alla Ivan Drago di Rocky, cercai di compensare con la potenza muscolare la fragilità della gamba. Avevo delle cosce da body builder ma ormai era tutto squilibrato. Rientrai nella Primavera ma, inevitabilmente, mi ruppi di nuovo. Nuovo intervento, nuovo infortunio. Poi il professor Mariani, uno che conosce il suo mestiere, mi disse, prima della terza operazione, “Meglio che cammini tutta la vita piuttosto che aggiustarti fino al prossimo infortunio”.

Il calcio da sogno era diventato una maledizione. “Per tre anni non ho voluto parlare di calcio, vedere le partite, toccare un pallone. Per fortuna avevo studiato. Maturità classica poi giurisprudenza. Però ero deluso, la montagna russa del calcio mi aveva lasciato un senso di disgusto. Il mio procuratore di quando giocavo, l’avvocato Dario Canovi, un giorno, all’improvviso, mi telefona per dirmi “Andrea” non puoi sprecare il tuo talento e le tue conoscenze, perché non insegni il football ai ragazzi?”. Mi era sembrata strana, quella telefonata. Poi ho scoperto che mia madre aveva quasi stalkerato Canovi, preoccupata per il mio malessere. E lui, quasi per disperazione, si era inventato questa soluzione”.

Cosa le piace del mestiere di allenare? “All’inizio per me è stato, in primo luogo, restare attaccati a uno sport che amavo. Ma quando alleni capisci che la cosa più bella è vedere eseguito sul campo da altri qualcosa che tu hai pensato. Quando insegni calcio, cosa che mi è sempre piaciuto fare, se tu dici rosso in campo i ragazzi fanno rosso. Imparano da te. E tu da loro. E’ metà scuola e metà realizzazione delle proprie idee. Quando comincio ad allenare, il primo giorno, dico ai ragazzi che una squadra, per funzionare, deve essere fondata su una parola: rispetto. Rispetto delle regole, dei ruoli, delle persone”.

Ottenne quel rispetto dai giocatori all’Inter? “L’impatto fu “atipico”, a riguardarlo oggi persino divertente. Mi trovai catapultato dal settore giovanile in uno degli spogliatoi più importanti e più pesanti del mondo. Era l’anno dopo il triplete e dopo che erano stati esonerati Gasperini e Ranieri, due allenatori fantastici, i giocatori si sono visti arrivare questo ragazzino, coetaneo di molti di loro. Ricordo che, per la prima visita nello spogliatoio, avevo appuntamento con Ausilio e Branca che dovevano presentarmi. Mi avvio nel corridoio, mi giro e vedo che non c’era più nessuno con me. Da lontano Branca mi faceva segno che era meglio che andassi da solo. Mi fece pensare alla famosa barzelletta “Entra tu che a me viene da ridere…””.

Come l’accolsero? “L’inizio fu da film comico. Arrivo davanti a questo benedetto spogliatoio e faccio per aprire la porta. Ma non si apre, la maledetta. Allora insisto e cerco di forzare. Poi mi fanno presente che è una porta scorrevole. Faccio questa figura da ispettore Clouseau e finalmente entro. È stata quella frazione di secondo che dura secoli: io li guardo in faccia, finora li conoscevo solo sulle figurine: Sneijder, Milito, Zanetti, Cambiasso, Stankovic, Julio Cesar. Io dentro di me ho pensato che loro si saranno detti: “ma che abbiamo fatto di tanto male per meritarci questo?””.

E che disse loro? “Io credo che quello che abbia portato il presidente a fare questa scelta sia quel poco che ha visto di qualità calcistiche di me alla Primavera. Quindi non sono qua per fare il fenomeno ma per mettere le mie qualità calcistiche al servizio della squadra, con umiltà ma anche con grande consapevolezza di quello che faccio. Questo gli ho detto. E l’inizio è stato fantastico, perché in nove partite siamo riusciti ad arrivare in Europa, vincemmo il derby 4 a 2 e si stabilì un grandissimo feeling con i giocatori. Non sono stupido: sono stati i giocatori che hanno detto «Rispetto e regole: ecco il mio calcio nato in periferia» al presidente che ero la persona giusta. Lui mi confermò, mi fece tre anni di contratto”.

E poi che è successo? “Nell’estate insistetti per acquistare Handanovic e Palacio. Ma andarono via Maicon e Lucio che per me erano stati importanti. L’anno seguente è iniziato in maniera fantastica, vincemmo praticamente tutti gli scontri diretti, battemmo il Milan nel derby, il Napoli di Mazzarri con Cavani e Lavezzi, la Fiorentina di Montella e poi la famosa vittoria contro la Juventus con il tre a uno. Prima di quella partita io chiamai in camera i tre attaccanti, Milito, Palacio e Cassano e dissi loro che l’unico modo per mettere in difficoltà gli juventini era attaccarli. Mi hanno guardato per i primi dieci secondi come fossi un matto ma poi forse ho toccato le corde giuste per un campione: ho detto possiamo giocare con tre attaccanti ma dobbiamo sacrificarci su Pirlo e ho aggiunto che ero sicuro che loro potessero farlo”.

E come andò? “Sempre tipo film: hai preparato questa partita, tutte queste belle parole, poi in trenta secondi la Juventus è in vantaggio. E’ cascato lo Stadium, io mi sono detto che ne avremmo presi cinque, perché avevo preparato una partita offensivissima. E invece poi ci fu una grandissima reazione della squadra e vincemmo». Ma in quello spogliatoio qualcosa poi si ruppe. «Avevamo finito il girone d’andata al secondo posto. Ma successero due cose. Una sequenza di gravi infortuni a uomini chiave: Samuel, Milito, Stankovic, Palacio. E poi due problemi di gestione. Uno con Sneijder che la società voleva vendere per capitalizzare. Lui era il mio dieci ideale e con lui ci trovavamo molto. Ma Sneijder non accettava la nuova destinazione e la società mi chiese di metterlo fuori rosa. Mi dissero che ci avrebbero parlato loro ma quando lo fecero Wesley per poco non buttò giù la porta dell’ufficio. Io non potevo fare nulla, di fronte alla volontà determinata della società e Wesley lo capì. La seconda è Cassano, che probabilmente è stato un mio errore. Io ero convinto di potermi prendere il lato tecnico di un campione incredibile e per i primi sei mesi lui mi ha dato tantissimo. Poi si sono create delle tensioni anche per ragioni legate al suo contratto futuro. Insomma è finita male e mi dispiace. Ma la cosa decisiva fu che il presidente Moratti stava preparando la cessione della società. Da tempo mi aveva avvertito che cercava soci. Prima di una partita con la Lazio mi prese da parte e mi disse che l’Inter non era più sua. Era stato lui, con coraggio, a volermi su quella panchina. Con il suo lungo ciclo che finiva terminava anche la mia breve e intensa stagione nerazzurra”.

Ricorda come Moratti le disse che avrebbe allenato la prima squadra? “Sì, è un’altra storia simpatica. Devo fare una premessa. Io allenavo, con ottimi risultati, i giovani della Roma. Nel momento in cui alla Roma cambiò la proprietà, passando dalla famiglia Sensi con cui io ero cresciuto agli americani, Rosella mi fece un contratto molto lungo, un quinquennale, per blindarmi alla Roma con una clausola, tra il primo e il secondo anno, per la quale se fosse cambiata proprietà i nuovi avrebbero avuto un certo numero di giorni per confermare quel contratto. Era una clausola a favore di tutti e due. Fatto sta che l’Inter venne con una proposta eccezionale. La Roma nuova non si fece sentire e io, piangendo andai via. Bene, divento allenatore della Primavera dell’Inter e andiamo a giocare con il Tottenham per la Youth League. Finisce sette a uno per loro. Il primo tempo sei a zero. Io non ci volevo credere, mi alzavo e prendevamo gol, mi risedevo e riprendevamo gol. Il presidente Moratti, mi raccontarono poi, disse “cosa ha fatto la Primavera?. Ha perso sette a uno? E questo allenatore qui sarebbe quello bravo?”. Ma poi quella squadra ha vinto tutto: lo scudetto, siamo arrivati in semifinale in Coppa Italia e abbiamo vinto la Champions. Pensi che abbiamo fatto la finale della Champions League giovanile contro l’Ajax nello stesso stadio dove avevamo preso 7 gol in Inghilterra ad agosto. Moratti si mise dietro la panchina a seguire l’incontro. Era venuto esclusivamente a sentire quello che dicevo, come mi muovevo, come parlavo. Due giorni dopo ero l’allenatore dell’Inter”.

E come glielo disse? “Mi convocò al ritorno dalla finale. Ausilio mi sconsigliava di accettare, temeva che mi bruciassi, temeva le polemiche. Chiesi consiglio a due grandi amici: Conti e Montella, che invece mi consigliavano di accettare la sfida. Vado a questo incontro: c’era lui, il figlio, Marco Branca e Piero Ausilio. Moratti, che è una persona squisita e capisce di calcio, era molto freddo. Mi guarda, tira fuori un blocco bianco e mi chiede: allora mister lei come la farebbe giocare questa squadra qui? Io dentro di me ho detto “ma lo sai che c’è?”, ho preso un bel respiro e che mi frega, gli dico come stanno le cose e basta. Ho detto tutto quello che pensavo. Quando ho finito Moratti ha abbassato gli occhiali e ha detto: “a me non frega niente di quello che diranno, lei è il nuovo allenatore dell’Inter”. Io sono caduto dalla sedia”.

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(Fonte: Walter Veltroni, Corriere dello Sport 3/12/16)

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