Cosa resterà di questa Inter? L’etica di Luciano, una delusione tremenda e un monito

Cosa resterà di questa Inter? L’etica di Luciano, una delusione tremenda e un monito

Obiettivo centrato da Luciano Spalletti per il secondo anno consecutivo: nerazzurri qualificati all’ultimo respiro

di Sabine Bertagna, @SBertagna

Cosa resterà dell’Inter di questa stagione, dopo la rocambolesca vittoria contro l’Empoli che ci ha fatto invecchiare in 96 minuti di una cosa come cento anni? Cosa resterà di un anno interminabile, che a ripensarci bene sembrano almeno due o tre incollati insieme dalle solite speranze di miglioramento e con qualche inedita delusione? Comunque la vogliate guardare, questa stagione offre alcune riflessioni impellenti. Prima che una nuova rivoluzione, anticipata ormai da mesi, scomponga (o ricomponga) di nuovo tutto. Togliendo punti di riferimento forse sopravvalutati. Lavorando per costruire senza dover sempre distruggere qualcosa. A partire dalla panchina.

La panchina, già. Una delle cose che sicuramente resterà di questa stagione è la conquista dell’obiettivo principale e primario. La qualificazione in Champions League. Per il secondo anno consecutivo Luciano Spalletti ha acchiappato l’obiettivo che la società gli aveva richiesto. Se ci dovessero essere obiezioni sul come, mi sentirei di allargare lo sguardo su quei due o tre fattori ambientali che hanno pesantemente minato lo spogliatoio, la squadra e la stessa gestione societaria. Non è per forza necessario trovare o indicare un colpevole, casi da gestire ce ne sono stati diversi e tutti di proporzioni importanti. Alcuni in momenti fondamentali della stagione. A gennaio va indubbiamente il premio di mese polveriera dell’anno (dagli strascichi del caso Nainggolan, al desiderio espresso in sede da Perisic di andarsene e per finire la fascia tolta ad Icardi con conseguente ammutinamento). Poi sono iniziate le voci, sempre più insistenti, di un Antonio Conte probabile successore. Credo che ogni lavoro abbia le sue criticità, ma sono anche abbastanza certa che quelle incontrate da Spalletti non rientrino nella normale routine quotidiana. E in questo che è un gioco, in fondo anche un po’ infantile e crudele, Luciano è andato avanti stando alle regole, con un’etica professionale inattaccabile e con il cuore di chi ama fare il proprio lavoro. Anche in condizioni difficili. Difendendosi da chi lo dava per finito sui giornali con ancora un obiettivo da raggiungere. Difendendosi anche da chi sussurrava dall’interno. Se l’Inter vorrà crescere dovrà migliorare anche su questo punto. E non parlo degli attacchi esterni.

Parliamo del gruppo. Un gruppo psicologicamente non guarito dalla cura Spalletti (i miglioramenti si sono visti più nella prima stagione) e pronto ad abbandonarsi a psicodrammi riassumibili negli ultimi 15 minuti di Inter-Empoli. Quando anche un pilastro come Skriniar esita, significa che in campo a comandare non sono più le gambe e la ragione ma gli istinti suicidi di chi non è abbastanza forte di testa per prendersi senza indugi ciò che gli serve come l’aria. Il primo tempo ci ha raccontato che la partita è stata preparata accuratamente, il secondo ha visto saltare improvvisamente ogni schema e qualsiasi decisione si è presto tramutata in una decisione potenzialmente sbagliata. Senza dubbio si possono dividere le colpe tra allenatore e giocatori, anche se non riesco a togliermi dalla testa una frase. Il mantra di praticamente tutti gli ex giocatori passati dall’Inter. Per essere squadra bisogna essere gruppo nello spogliatoio. Per essere squadra bisogna giocare come un corpo unico. L’Inter è un gruppo che si muove come un unico elemento? Un unico cuore che pulsa senza distrazioni? Nella stessa direzione e senza pericolosi protagonismi? Forse la risposta a questa domanda potrà aiutare a spingere la rivoluzione nella direzione giusta.

E parliamo anche di Mauro Icardi. Lo dico senza mezzi termini, che enorme delusione. Senza entrare nel merito della gestione del caso da parte della società, che dovrà per forza interrogarsi sui tempi e modi utilizzati (nel caso in cui l’Inter non si fosse qualificata in CL questo interrogativo sarebbe diventato oltremodo pressante e straziante), i mesi di Mauro da gennaio ad oggi sono stati una tremenda delusione. Per quel rifiuto, comprensibile a caldo e sempre più incomprensibile con il passare dei giorni, di vestire la maglia dell’Inter. Per le chiacchiere extracampo alimentate da chi lo rappresenta e gestisce. Per il tentativo di recuperare la propria immagine, con numeri incontestabili alla mano, ma sempre con un unico intento. Riabilitare Mauro Icardi, non riabilitare Mauro Icardi come parte integrante dell’Inter. Con l’Inter e per l’Inter, coerentemente con quanto dichiarato in passato, Mauro ha accettato di diventare la controfigura del bomber che avevamo imparato a conoscere e ad amare. Non ha mai smesso di considerarsi la vittima, non ha fatto passi significativi verso il disgelo. Ieri sembrava un corpo estraneo. I fischi e il dissenso dello stadio lo hanno accompagnato fuori dal campo. E il rigore sbagliato non c’entra nulla. Quelle settimane perse lontano dal campo non hanno fatto male solo all’Inter. Hanno fatto male soprattutto a lui.

Di quest’Inter rimarrà ancora una volta il dna sempre un po’ pazzo e folle, che andrà nuovamente disciplinato e contenuto. Anche e soprattutto grazie a nuovi innesti nei ruoli cruciali e più bisognosi di un intervento (esclusa la difesa). L’anno scorso eravamo arrivati all’ultima di campionato senza avere il destino nelle nostre mani, ma con una speranza da coltivare. Le ultime partite della stagione avevano goduto della rinascita di Brozovic, che per un po’ si era calato anche nei panni del leader, e del cuore (ma anche dei piedi) di Rafinha, diventato trascinatore e giocatore da riscattare senza se e senza ma. ‘La prende Vecino’ aveva chiuso il cerchio di una serie di partite, con una potenza quasi epica. C’era voglia di scrivere un destino diverso. C’era sentimento. L’ultima parte di questa stagione è stata vissuta come una pratica da sbrigare, quasi fastidiosa. Nell’attesa che la nuova rivoluzione facesse capolino. Quella qualificazione in Champions League che da mesi tutti davano per fatta ha incominciato a vacillare. Se c’è una cosa che è mancata in maniera assurda e prepotente, soprattutto negli ultimi sei mesi, è stato il sentimento. Un sentimento condiviso, non sprazzi di cuore buttati alla rinfusa. La consapevolezza che giocare per questa squadra è sempre una questione di cuore. Nessuna rivoluzione potrà funzionare senza questa consapevolezza. Non deve esserci posto per chi ha a cuore altro, all’Inter. Non più.

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