Godin: “L’Inter come il mio Atletico, Conte come Simeone. Sono qui per un motivo”

Godin: “L’Inter come il mio Atletico, Conte come Simeone. Sono qui per un motivo”

Le parole del difensore nerazzurro

di Marco Astori, @MarcoAstori_
Godin:

Lunga intervista concessa ai microfoni di DAZN da Diego Godin, nuovo difensore dell’Inter. Primo argomento affrontato, il parallelismo tra il suo Atletico Madrid e la nuova squadra nerazzurra: “Sì, innanzitutto perché partiamo da una base solida che è l’allenatore: credo sia fondamentale, credo quella sia la pietra sul quale si basa tutto.  In quel caso avevamo il Cholo Simeone e ora abbiamo Conte, che è un grandissimo allenatore, con una grande personalità, in grado di sopportare il peso della squadra, della tifoseria e di canalizzarlo in una cosa positiva. E poi crede nel lavoro, non è un mistero: nel calcio devi lavorare, essere intenso e credere in quello che fai. Il parallelismo tra quell’Atletico e l’Inter esiste. Qui siamo un gruppo nuovo, nonostante in molti sono qui da tempo: ne sono arrivati diversi nuovi, però effettivamente vedo la stessa unione, questa energia positiva, questa complicità, questo buon ambiente nello spogliatoio. Credo sia fondamentale e poi l’entusiasmo della gente, è una cosa positiva: c’è un entusiasmo naturale per tutto quel che si sta costruendo e noi dobbiamo sfruttarlo questo entusiasmo. Noi da dentro il campo, trasmettendo questa energia positiva alla gente e che la gente ricambi, nei momenti positivi e in quelli negativi, che ci saranno, perché la stagione è lunga e le partite sono tante: e credo che così, stando tutti uniti, si possano ottenere ottimi risultati, perché no?”.

CONTE E SIMEONE – “Si somigliano in tante cose: osservandoli, la prima cosa che noti è l’intensità e la passione col quale vivono ogni allenamento. Credo sia una componente essenziale, si vede, si trasmette e poi come vivono le partite: se tu vedi come il Cholo vive la partita dalla panchina e vedi Conte… vivono la partita, la sentono, ogni istante e negli allenamenti è la stessa cosa. E poi il fatto che trasmettano e credano moltissimo nelle loro idee di lavoro, la voglia di avanzare il gioco per cercare di vincere. E poi ovviamente la mentalità vincente: una mentalità da allenatore che sicuramente è innata, che li ha caratterizzati da giocatori e li caratterizza da allenatori. Questo credo sia una cosa in comune tra i due”.

DERBY – “E’ un derby, una classica: partite così si vivono in modo speciale. So cosa significa un Clasico per la gente, e quindi di conseguenza uno deve prepararlo, viverlo e capire come lo vive la gente. Poi puoi vincere o perdere, ma la gente vuole sentirsi orgogliosa dei suoi giocatori in campo. E poi la pressione: gestisco certe situazioni diversamente, per l’esperienza, per averla già vissuta. Però l’ansia, la voglia, la tensione nello stomaco tante volte prima di una partita così importante continuo a sentirle. Continuo ad avere lo stesso entusiasmo e la stessa voglia di far bene, altrimenti non sarei qui”.

REAGIRE ALLE SCONFITTE – “Non è una questione di uno, due o cinque giorni. Ognuno le assimila in maniera diversa. Perdere una finale di Champions non è come perdere una gara di campionato. Perdere una finale di CL ti dà una sensazione di vuoto totale. Una sensazione che ti fa dire siamo arrivati fino a qui e non siamo riusciti a vincere. Perché si arriva in finale per vincere, non per partecipare e io ho sentito questa sensazione due volte dopo le due finali perse. Soprattutto dopo la seconda finale. La prima era stata diversa perché avevamo vinto la Liga, ci rimase una sensazione dura e amara, dolorosa, ma ci riprendemmo velocemente. La seconda volta è stata più dura, pensavamo che quella coppa sarebbe stata nostra. Però poi siamo tornati, siamo tornati al vertice e siamo tornati a vincere. E’ una questione di mentalità, di lavoro, di avere un allenatore con una mentalità positiva, che ti spinga. Di avere un gruppo nello spogliatoio allegro e positivo, che abbia fame di lottare e di vincere. E poi è fondamentale l’appoggio dei tifosi. Se la tua gente, che è il motore del club, non ti appoggia, non ti spinge, non ti sostiene, non pretende – perché deve anche pretendere da te – è difficile ottenere cose importanti in Europa. Ma credo che l’Inter abbia tutto questo”.

GLI INIZI – “Ho cominciato a giocare a calcio nella mia città, a cinque anni. A 15 anni sono andato a giocare in una squadra professionista a Montevideo, in una squadra che mi fece un provino e mi tenne nelle giovanili. Da lì cominciai a giocare come centrocampista offensivo-attaccante. Giocavo poco, in due anni pochissimo, e mi mancava tanto la mia famiglia, la mia città, vengo da un posto fuori dalla capitale. Volevo smettere di giocare a calcio. Mi svincolarono, provai in un’altra squadra e decisi di restare, là giocavo e feci un click mentale. Ovviamente mi ha aiutato il cambio di ruolo in campo”.

GODIN MEDIANO – “In una partita buttarono fuori il nostro mediano, mi spostai io in quel ruolo e andò bene. La partita dopo iniziai da mediano. Poi buttarono fuori il nostro centrale di difesa, ho giocato quasi un intero tempo da difensore centrale, molto bene. Poi non avevamo altri difensori, la rosa era corta e l’allenatore mi disse di continuare lì perché ero portato, rapido, capivo in anticipo le situazioni, che conducevo bene la palla, ma io non ero molto convinto, ma guardai il lato positivo della cosa. Mi iniziò a tenere sotto occhio l’allenatore della prima squadra e dopo quattro mesi mi allenavo con i grandi”.

(Marco Astori-Eva Provenzano)

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