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Klinsmann: “Guardo l’Inter in TV, sarà sempre parte di me. Le cene a casa Pellegrini…”

Queste le parole dell'ex nerazzurro ai microfoni del Corriere della Sera

Daniele Vitiello

Jurgen Klinsmann, ex attaccante dell'Inter e della nazionale tedesca, ha rilasciato una interessante intervista ai microfoni del Corriere della Sera: «Ho usato il 2017 per istruirmi. Ho preso il diploma per piloti professionali di elicottero e non è stato semplice: però è stata un’esperienza di apprendimento sorprendente. Poi ho studiato spagnolo tutto l’anno: in California dove vivo è una lingua utilizzata quanto l’inglese. E poi ho avuto la fortuna di vedere mio figlio giocare la Coppa del Mondo Under in Corea del Sud l’estate scorsa: è il portiere degli Usa ed è andato all’Hertha Berlino. Non è male, del resto lo ha impostato il grande Luciano Castellini».

Lei aveva solo qualche anno in più di suo figlio Jonathan quando arrivò a Milano. Se lo ricorda ancora?

«Mi ricordo tutto e sono solo cose belle. Da voi ho imparato che la vita è soprattutto un fatto di incontri e di legami: io sono stato travolto dal modo in cui le persone mi trattavano nei miei anni all’Inter. Quando provavo a parlare italiano, mi tiravano fuori una parola di bocca e costruivano un’intera frase per me. Avevano una pazienza incredibile».

La segue ancora l’Inter?

«Sì, sarà sempre parte di me. Guardo sempre le partite in televisione. Il legame che gli interisti hanno con la loro squadra è profondo e molto esigente: ti fa sentire la grande responsabilità che hai, quella di dare il tuo meglio in ogni singola partita».

Cosa aveva di speciale la sua Inter?

«Basterebbero un po’ di nomi: Brehme, Matthäus, Bergomi, Beppe Baresi, Zenga, Serena, Berti, Ferri... Era una squadra speciale perché ciascuno di noi aveva un rispetto enorme per l’altro. Non dimenticherò mai le cene a casa Pellegrini. È stato un presidente meraviglioso per me, mi ha insegnato molto».

Come calciatore cosa ha imparato in Italia?

«Un aspetto fondamentale: devi imparare diversi approcci, sistemi e filosofie. Ci sono così tanti modi differenti per arrivare al successo, ma la chimica della squadra è sempre la cosa più importante, come le fondamenta di una casa».

Esattamente quello che non si è visto nell’Italia di Ventura. Cosa ne pensa dell’eliminazione azzurra dal Mondiale?

«È stata molto triste. Ma è la dimostrazione che nel calcio non ti puoi mai rilassare. E soprattutto che tutti — allenatore, giocatori, dirigenti e federazione — devono remare tutti dalla stessa parte per avere successo. Vista dall’esterno, è stato evidente che non era questo il caso dell’Italia. Ed è un grande peccato».

Quali sono le basi da cui ripartì la Germania con lei per la ricostruzione?

«Bisogna essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda. E capire che un lavoro di fondo ha bisogno soprattutto di pazienza. Anche Low, che era il mio vice ed è diventato c.t. dopo il Mondiale del 2006, all’inizio era criticato. Ma il ciclo di una Nazionale deve durare a lungo. Nel 2004 sapevamo che i giovani che avremmo fatto debuttare sarebbero stati pronti a vincere i grandi appuntamenti solo dopo alcuni i anni. Alla fine ce ne sono voluti 10 per rivincere la Coppa. E questo dimostra che Low era l’uomo giusto e che la continuità e la pazienza pagano».