Lukaku: “Potevo andare a Torino o a Milano: ho scelto l’Inter. Conte è speciale perché…”

Lukaku: “Potevo andare a Torino o a Milano: ho scelto l’Inter. Conte è speciale perché…”

Lunga intervista del belga a Sky Sports UK

di Marco Astori, @MarcoAstori_

“Sono felice per come le cose stanno andando: vanno molto bene, continuo a lavorare ogni giorno e spero di vincere titoli”. Inizia così la lunga intervista concessa da Romelu Lukaku, centravanti dell’Inter, ai microfoni di Sky Sports UK. Il belga ha parlato del suo momento in nerazzurro, ma non solo.

La tua nuova casa?
E’ molto comoda, è grande per quando viene mio figlio: c’è molto spazio per farlo correre.

Un voto al canto di Ashley Young?
9/10, non ha sbagliato una parola. In estate io ho cantato molto bene, mentre Godin ha fatto un discorso: è un vincente, gliel’abbiamo lasciato fare. Io cantai una canzone in spagnolo, mi sono fatto aiutare da Lautaro.

Quante lingue sai?
“Ne parlo sette. È sempre stata una cosa abbastanza naturale per me. L’inglese per esempio l’ho imparato grazie al rap, il francese aiuta con altre lingue, lo spagnolo assomiglia al portoghese: e l’italiano è arrivato dopo”.

L’ultima stagione?
Dovevo ritrovarmi, è stato un anno difficile per me nel lato professionale: le cose non andavano come volevo, dovevo ritrovare me stesso. Sono arrivato alla conclusione di dover cambiare. A marzo ho deciso e ho detto alla dirigenza di volere altro: non giocavo ed era meglio prendere strade separate. Ho preso la decisione giusta, anche perché lo United ha dato spazio a tanti giovani. Sapevo fosse finita: se ti conosci, quando non va sai che devi trovare altro. Io lavoro tanto, credo in me stesso: io analizzo le mie partite, sapevo di poter far meglio. Ora le cose vanno bene, ma devo avere la mentalità di migliorare: sono così”.

Quali sono le tue qualità migliori?
“Posso segnare con entrambi i piedi, quando arriva un cross in area posso essere pericoloso. E quando c’è tanto movimento attorno a me, come in nazionale, do il mio meglio. Il 3-5-2 di Conte è simile al 3-4-3 che usiamo col Belgio, ma è anche diverso perché in nazionale c’è molta più libertà di movimento, mentre qui devi essere in certe posizioni. Però alla fine l’importante è farsi trovare nella posizione giusta al momento giusto. Ma alla fine c’è il lavoro: ho obiettivi da raggiungere, sia con l’Inter che con il Belgio, mi alzo la mattina e voglio raggiungerli”.

I migliori allenatori?
“Roberto Martinez e Ronald Koeman. Ora Antonio Conte e prima José Mourinho, sono dei grandi: Jose avrebbe potuto fare meglio se avesse avuto i giocatori che voleva. Poi c’è Steve Clarke: mi ha fatto esordire in Premier League a 19 anni. E poi non posso dimenticare il mio allenatore all’Anderlecht, che mi ha fatto giocare quando ero giovanissimo: ero in classe e mi chiamò per giocare in prima squadra. Sono un ragazzo dalla mentalità aperta, alla fine da calciatore devi fare quello che ti chiede il tuo allenatore: non ho avuto mai problemi con nessuno. E penso che questo dimostri la mia professionalità”.

Com’è Conte?
“Vedo tutti entusiasti attorno a noi, però nello spogliatoio siamo molto concentrati sul nostro lavoro. Ed è una buona cosa: ricordo i primi allenamenti, non ero abituato a questi livelli di intensità e di lavoro fisico. Si dice che la Premier League sia un campionato fisico, ma nessuno si allena così duramente come in Italia. Nelle prime due settimane dicevo al mio agente che soffrivo molto in allenamento, perché non avevo mai fatto questo tipo di lavoro, però Conte era sempre lì a sostenerci e ad incoraggiare ogni giocatori. Per me questa è una cosa molto speciale: a volte gli allenatori stanno lì a scherzare a bordocampo, mentre lui è lì che ti sprona a dare il massimo e finire l’allenamento. È per questo che noi non molliamo mai, fino alla fine: ci dà tanta energia, creiamo occasioni e abbiamo una grande difesa, per questo. Finalmente, posso raggiungere il mio pieno potenziale”.

Non vuoi che ti facciano arrabbiare…
“Assolutamente no (ride, ndr). E poi è un allenatore che ti dice le cose in faccia, se fai bene o male: contro lo Slavia Praga ho giocato malissimo, ho fatto schifo, e alla fine della partita me l’ha detto davanti a tutta la squadra. Non mi era mai capitata una cosa così: ha detto che mi avrebbe tolto dopo cinque minuti se fosse successo ancora. La gara successiva è stata il derby di Milano, una delle mie migliori partite finora: il suo schiaffo mi ha aiutato molto, mi ha dato una svegliata. Tratta tutti allo stesso modo, non importa chi sei: se lavori bene giochi, altrimenti no”.

Il duello con la Juventus?
“Non possiamo commettere alcun errore da qui a fine stagione. La situazione è questa, stiamo cercando di fare questo, penso che la nostra squadra sia forte, ma non dobbiamo mai pensare di aver vinto alcuna partita. Conte ci prepara molto bene: ha vinto, sa cosa si deve fare per vincere. Stiamo concentrati sul lavoro e alla fine vedremo come sarà andata”.

Quanto aiutano i giocatori esperti?
“E’ importante avere questo tipo di giocatori esperti. E’ gente che ha già vinto, che sa quando chiudere una partita: è una buona cosa. Questo crea competitività nella squadra. Siamo in corsa sia in Coppa Italia che in Europa League: cerchiamo di fare bene anche lì. Abbiamo una squadra forte, se saremo salute potremo fare bene ovunque”.

Come di descrivi?
“So quali posizioni tenere. Se non mi piaci non ti parlo, se mi piaci possiamo diventare amici. Sono un ragazzo che ha un gran legame con la propria famiglia: aiuto mia madre, mio figlio e mio fratello come riesco. Sto sempre a casa, amo i videogiochi, sia quelli calcistici che gli altri. Poi sono un ragazzo semplice che ama anche divertirsi: in estate vado alle feste, ma per me c’è una netta separazione tra il divertirsi e il pensare alla famiglia”.

Hai raccontato più volte di essere partito da una situazione di povertà.
“Ti rimane in testa. A volte ci pensi. Per esempio quando ho difficoltà nel mondo del calcio: ci penso e mi dimentico di avere avuto molte difficoltà. Quello che ho ora è una benedizione, se lo compariamo a quello che ho vissuto quando ero piccolo. Condividevo le scarpe da calcio con mio padre quando ho cominciato a crescere. Una volta ci siamo dovuti trasferire, perché non c’era più arredamento perché non pagavamo l’affitto da mesi. Non ero l’unico ad aver affrontato queste situazioni, ma questo mi motiva a fare il meglio. Il calcio è stato un dono per me, volevo diventare a tutti i costi un calciatore per dare ai miei figli una vita diversa”.

Ci sono stati parecchi gravi episodi di razzismo in Europa. Cosa provi quando senti queste cose?
“Credo che l’ultimo anno sia stato un anno triste per il mondo in generale, sono capitati tanti eventi non necessari, specialmente nel calcio dove sto guardando attentamente quello che succede. Quest’anno dobbiamo fare meglio e prendere posizione. Dobbiamo educare le persone. L’educazione è la chiave, sono fortunato di essere andato a scuola, sono stato in una scuola dove c’erano 50 diverse nazionalità. Non ho mai discriminato nessuno, religione, sesso, razza, non importa per me. Se mi vai a genio, io vado a genio a te. Questa è una lezione che insegnerò a mio figlio, nessuno è diverso, tutti siamo uguali. Bisogna solamente rispettare le altre persone. Se a una persona non piaci, basta non parlargli. Ma se è gentile con te, allora puoi frequentarlo. L’Italia è un bel paese dove vivere. C’è la possibilità di avere un grande campionato, come era abituata prima, ma dobbiamo lavorare insieme per tenere queste persone ignoranti fuori dallo stadio. È successo anche in Olanda, quando guardai una partita di seconda divisione. Ho parlato al ragazzo che ha subito il fatto, quando hanno fermato il gioco per un minuto. Gli ho detto che aveva fatto bene ad andare fuori dal campo e a evidenziare il fatto di queste persone ignoranti. Non credo che dobbiamo lasciar fare alle federazioni. L’Olanda ha fatto un grande lavoro, hanno fatto un fantastico lavoro con i loro giocatori. Spesso in altre nazioni, dobbiamo prendere posizione noi giocatori”.

Il mercato è stressante?
“Io sono andato all’Everton nell’ultimo giorno di mercato: decisi a tornare al West Bromwich ma poi mi chiamò Roberto Martinez e i miei genitori mi consigliarono di cercare un’altra sfida per vedere come fosse. Ho fatto bene, mi ha dato la possibilità di farmi vedere in Premier League. L’ultimo giorno non è stressante, se sai cosa succederà: è molto più divertente e stressante l’avvicinamento all’ultimo giorno. Come quest’estate: sapevo che sarei partito, ma sarei potuto andare sia a Torino (alla Juventus, ndr) che qui a Milano. Io volevo venire all’Inter, e quando il mio agente me lo ha detto ho esclamato “sì!”. Sono più stressanti gli ultimi due giorni, più che l’ultimo: a quel punto sai che qualcosa succederà”.

I tuoi ex club?
“Seguo i risultati di Everton, Manchester United, Chelsea. E ovviamente l’Anderlecht, che è la mia squadra”.

Gli Europei?
“Spero che tutti i miei compagni di nazionale arrivino a fine stagione nel migliore dei modi a livello fisico. Magari dopo aver vinto, perché ti dà sicurezza. Vedremo come andrà, se tutti avremo avuto un buon finale di stagione affronteremo l’Europeo nel migliore dei modi”.

 

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