Mourinho: “L’Inter è famiglia. Vi spiego il “pirla”. Prima di Barcellona dissi ai giocatori…”

Le dichiarazioni dello Special One con Diletta Leotta

di Marco Astori, @MarcoAstori_

Jose Mourinho torna a parlare e lo fa ai microfoni di DAZN con Diletta Leotta. Lo Special One è pronto a tornare in panchina la prossima estate: questo e molto altro nell’intervista concessa ai microfoni dell’emittente. FcInter1908 riporterà live le dichiarazioni del tecnico portoghese.

IL FUTURO – Sono tornato a Londra dopo Madrid: ora è la base di partenza, la prossima tappa non sarà la Premier League. I trofei sono la mia garanzia, anche contro quelli che fanno il possibile per dimenticarlo. L’ultimo trofeo è stata l’Europa League, è stata solo un anno fa. L’ultima finale che ho giocato è stata otto mesi fa, però è passato: mi sto preparando per il futuro. Non è tempo perso: quando si lavora 18 anni senza fermarsi, non c’è tempo per fermarsi, per pensare agli errori. Io penso siano stati utili questi mesi senza lavorare.

MILANO – Ho trovato una famiglia incredibile che mi ha fatto essere felice ogni giorno. La connessione coi tifosi è il risultato dei risultati: quando si vince si è felici. Abbiamo vinto e abbiamo creato empatia che rimane: per strada a Londra mi arriva un interista che mi abbraccia. L’Italia è stato un habitat naturale per me: quando lavoro in Inghilterra devo essere diverso rispetto alla mia natura, mentre in Italia c’è il modo incredibile di vivere il calcio ogni giorno. Questo è molto latino.

IO NON SONO PIRLA – Io avevo un professore fantastico, lui mi. disse che dovevo imparare qualche espressione che a Milano potrai avere per connetterti con gente: ed è arrivato “pirla”.

L’INTER – E’ famiglia. Qualcuno è ancora giocatore, qualcuno è allenatore, qualcuno è in. vacanza permanente: però siamo lì, come se fosse ieri. Non è possibile fare qualcosa di speciale solo per l’allenatore: era un gruppo e una famiglia speciale. Loro hanno tirato fuori il meglio di me. Io ho aiutato tanti di loro ad arrivare al top, ma tanti di loro sono riusciti con me. Il discorso prima del Barcellona? Mi è uscito dal cuore: quando ho vinto la prima Champions mio figlio aveva 4 anni e in quella stagione mi diceva che voleva vincere la Champions, ma che poteva ricordarla. Io ne parlai coi giocatori, parlando dei figli di tutti: magari era l’ultima possibilità per loro di vincerla. Abbiamo messo quella sensazione nella quale potevamo stare cinque ore e il Barcellona non avrebbe mai vinto.

IBRAHIMOVIC AL BARCELLONA – In quel momento nello spogliatoio ricevemmo la notizia e lui, ragazzo fantastico con grande autostima, disse che voleva vincere la Champions. In quel momento mi uscì spontaneo dirgli che magari avremmo vinto noi. La squadra trasformò la paura di perdere uno forte come lui in un obiettivo, farcela senza di lui.

SNEIJDER – Io lo volevo, ma non era facile: lui voleva restare al Real, loro volevano venderlo, ma non sempre. Noi ci siamo sempre stati, abbiamo deciso di provarci fino all’ultimo: abbiamo messo la pressione a Moratti, innamorato dell’Inter, e all’ultimo l’abbiamo preso. Due giorni dopo giocò contro il Milan.

SIENA – E’ una città fantastica. Ogni volta io arrivavo all’albergo e dopo cena mi facevo una passeggiata in una città top. Poi mi ricordo il giorno più difficile della mia vita per vincere un campionati: ne ho vinti otto, quello è stato il peggiore. Una settimana c’era la finale di Champions, faceva caldissimo. I giocatori non erano concentrati, la Roma già vinceva a Chievo. Noi segnammo l’1-0, loro poterono pareggiare: io dicevo che avrei voluto vincere uno scudetto all’ultimo, dopo quel giorno non lo direi mai più. Però mi ricordo anche quella con Maicon: aveva quattro gialli, voleva prendere il quinto per andare in vacanza in Brasile. Gli dissi che non sarebbe andato in vacanza se avesse preso il quinto. Lui mi disse: “E se segno un gol?”. Io dissi: “Ne devi segnare due”. E li fece. Si tolse la maglietta, prese il giallo: ci abbracciammo. Lui andò in Brasile, ma ebbe una settimana in più per la squalifica. La mia connessione con Siena è forte.

LA LEADERSHIP – Io non ero boss. Era un gruppo con veri capitani e con altri che potevano esserlo.

IL SINGOLO – Adesso siamo in un momento di cambiamento: è una generazione diversa. Sono meno aperti alla critica, pensano meno al gruppo: sono più difficili da gestire. Ma dobbiamo capire che serve un approccio più individualizzato.

LA BIBBIA SUA CALCISTICA – Serve per mio figlio: l’anno prossimo andrà all’università di metodologia del calcio. Merita di averla in mano. Se devo dire un nome per svoltare una squadra e che ha un potenziale è Mbappé: mi piace tanto.

VIRTU’ E DIFETTI – Ho conoscenza, esperienza e ambizione senza limite. Sono orribile con la sconfitta, con le persone che hanno meno motivazioni di me. Jose uomo è tranquillo, emozionale e pensa tanto agli altri. Jose allenatore è pragmatico, emozionalmente intelligente però dominatore. A me piace tanto Jose persona, è un peccato che la gente conosca di più l’allenatore. I giocatori per descrivermi? Qualcuno dirà “bastardo”.

PERCHE’ SCEGLIERE MOURINHO – Tu devi parlare con me solo se pensi di vincere. Io chiedo: “Vuoi vincere, ci sono le condizioni?”. Allora possiamo parlare.

SPECIAL ONE – Io non ho mai detto di esserlo, non l’ho mai detto di essere speciale. Dove andrò? Aspettiamo, non sono sotto pressione. Sarò preparatissimo per la prossima tappa.

 

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