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Conte, la foto rubata zittisce le lagne. Suning via? Resta l’Inter: ma scenda dal carro chi…

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Una vittoria 'da Inter', quella ottenuta nel derby contro il Milan. Conte sta facendo un lavoro straordinario: il popolo nerazzurro lo segua

Marco Macca

Riguardi il film del derby e un pensiero ti risuona in testa, scontato ma non troppo: "Una vittoria da Inter". Decisamente. Forse non pazza (anzi, assolutamente non pazza, visto il dominio di gioco e numeri espresso all'interno degli oltre 100' di gioco), ma sicuramente da Inter. Su cosa significhi questo concetto, beh, i tifosi nerazzurri lo sanno benissimo senza bisogno di troppe spiegazioni.

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Al di là del risultato finale, conviene scavare un po' più a fondo, per comprendere come e quando questa vittoria schiacciante sia effettivamente maturata. Perché, lasciatecelo dire, la notte di martedì parte da lontano. Dal 25 agosto, da Villa Bellini. Tutti, ormai, sapete cosa successe quel giorno tra Conte e la dirigenza. Che le parti siano rimaste insieme per volere o per reciproca volontà di non fare passi indietro (più probabile) poco importa a questo punto della stagione.

Quel giorno, il presidente dell'Inter ha parlato a chiare lettere, dando il via così all'inesorabile disarmo di Suning, che si sta dileguando con la stessa velocità con cui ha raddoppiato ricavi e riportato questa società a lottare per il vertice. Ma Conte, che pure non è uno che scende volentieri a compromessi, non ha battuto ciglio. E da lì è iniziata una storia tutta nuova. Una storia che in molti credevano non potesse finire bene.

I frutti eccoli qui. Li potete vedere tutti. Champions League a parte (quella è una ferita che sì, resta aperta e nessuno, Conte in primis, lo ha mai negato), l'Inter è lì. Corre, stringe i denti, lotta. E vince. In semifinale di Coppa Italia (per la seconda volta consecutiva). A due punti dalla vetta della Serie A. E' davanti a squadre come Roma, Lazio, Atalanta e Napoli, fra le favorite d'inizio stagione, ma soprattutto alla Juventus. Una corazzata che viene da 9 anni di successi, e che a un impianto già ampiamente collaudato ha aggiunto Chiesa, Morata, Kulusevski e Arthur. Ascoltare chi afferma che l'Inter stia facendo solo il suo dovere, significa lasciarsi ammaliare da malvagie sirene. Nessuno ha l'obbligo di vincere, men che meno una squadra che non alza un trofeo da dieci anni.

Conte ha tenuto la barra dritta, ha compattato un gruppo che, senza stipendi, rischiava di sfaldarsi. Lo ha reso più unito, più saldo, più affamato. La riprova? Martedì, sfuggita ai più. Per un attimo l'abbiamo tutti intravista in tv, prima che l'inquadratura si spostasse. Avete presente tutti i giocatori dell'Inter che, al fischio finale, si raggruppano in cerchio e si abbracciano, saltellando e correndo poi sotto la Curva? Bene, tenete quell'immagine in mente. Perché è quella la fotografia di questa Inter. E può diventare la foto di una stagione che rischia di diventare memorabile.

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Fuori dal campo, tutto sembra crollare, al di là delle smentite di rito. I pagamenti tardano, l'attuale proprietà sembra quasi in fuga, passando dallo "Schiacceremo tutti, in campo e fuori" alla cessione in meno di cinque anni. Chi sarà il nuovo proprietario? Quando potrà spendere? terrà davvero all'Inter? Sono tutte domande che possono legittimamente pesare nelle teste dei calciatori. E in quella dell'allenatore. Ma non è accaduto. E il merito è di Conte, di un grande gruppo che, come dice il tecnico, tiene alla maglia dell'Inter. Checché se ne dica.

E basta, per favore, con la 'lagna' dei 12 milioni di euro all'anno. Quelli non scendono in campo, quelli non preparano partite alla perfezione e non battono gli avversari. Conte invece sì. E chissà che a maggio qualcuno non riesca a tacere di fronte a inutili insinuazioni sul suo passato. Antonio Conte tiene a questo progetto, a questa squadra. Tiene all'Inter. E queste sono cose che non posso essere pagate.

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E chissà che, dopo il derby di martedì, non possa terminare finalmente anche la 'lagna' del Conte integralista. Perché a molti sarà sfuggito, ma l'Inter questa partita l'ha vinta con la benedetta difesa a quattro. Quella che "Conte non è capace di usare", quella che "non ha mai usato in carriera". Nel secondo tempo, l'Inter schierava Handanovic; Hakimi, de Vrij, Skriniar, Young; Barella, Eriksen, Vidal; Sanchez; Lautaro Martinez, Lukaku. Un 4-3-1-2 purissimo, in barba agli allenatori da divano.

Non sappiamo dove porterà questa stagione. Il tempo dirà se questo progetto riuscirà a rinverdire la bacheca dell'Inter o se si rivelerà privo di successi. Quel che è certo, però, è che ora come non mai al comando c'è un uomo solo. Si chiama Antonio Conte. Ha dato fame, mentalità, ha costruito un guscio in cui problemi societari e critiche create ad arte non possono penetrare. Lo ha fatto perché è uno dei migliori allenatori del mondo, non certo perché guadagna 12 milioni all'anno. Basta con i pianti, con gli attacchi, con le spaccature. Così come la squadra, anche il popolo nerazzurro ha il dovere di essere unito. Altrimenti, meglio scendere ora dal carro. Perché il derby insegna: le vittorie da Inter si costruiscono anche e soprattutto così.

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