Fienga: “Qualcuno voleva fare il furbo. Il calcio si salva se gioca di squadra. Sulla ripresa…”

Fienga: “Qualcuno voleva fare il furbo. Il calcio si salva se gioca di squadra. Sulla ripresa…”

Il CEO della Roma analizza lo stop del calcio italiano tra conseguenze e una ripartenza che al momento è ancora lontana

di Alessandro De Felice, @aledefelice24

Guido Fienga, CEO della Roma, parla al Corriere della Sera. Il dirigente del club giallorosso ha rilasciato un’intervista trattando vari temi legati al calcio e all’aspetto economico in un momento di grande difficoltà causata dall’emergenza Coronavirus: “I danni prodotti da questo virus non sono soltanto sanitari, ma anche sociali. Mi riferisco ai comportamenti degli egoisti e dei furbi. All’inizio qualcuno ha provato a prendere dei vantaggi su chi, in quel momento, era più debole. E non sto parlando solo del calcio italiano, ma anche di decisioni prese dai governi di alcuni Stati o da comportamenti industriali di concorrenza sleale. Il calcio, che in Italia è il terzo settore per fatturato, compreso l’indotto, si salverà se gioca di squadra“.

“Ripresa? Fissare degli step è utile, ti costringe a programmare e a capire quanto serve per essere pronti. Detto questo, ogni data è subordinata all’emergenza. Si parte quando non c’è più rischio, non un minuto prima. Gli allenamenti di sportivi professionisti sono regolati da un Decreto ministeriale in base a standard di sicurezza. I medici sportivi hanno dato indicazioni chiare: serve un mese di allenamenti per riprendere a giocare, da qui l’idea di riprendere il 3-4 aprile. Però le date possono cambiare a seconda dell’evoluzione dell’emergenza. Naturalmente, prima di ripartire dovranno essere fatti controlli su tutti i calciatori. Che succede in caso di positività di un calciatore? Servono regole chiare, da dare prima della ripartenza, sulla validità della stagione o meno. Stabilire un calendario non basta”.

“Come si possono mettere insieme esigenze e tempistiche diverse dei vari campionati europei? Serve un piano internazionale. L’Unione europea lo ha capito e ha allentato le regole di bilancio per sostenere le imprese. Lo dovrà fare anche il calcio. L’importante è non andare alla ricerca di capri espiatori . Il danno totale, una volta quantificato, dovrà essere spalmato su tutta la catena del calcio. O ci salviamo tutti insieme o non si salva nessuno. Niente sarà più come prima dopo il Coronavirus, il calcio non può fare eccezione”.

“Se i calciatori accetteranno di guadagnare di meno? Qui bisogna mettere in sicurezza tutto il sistema calcio, parlare solo di stipendi è riduttivo. Si può partire anche da quelli dei top manager, allora. I calciatori sono sensibilizzati, non vivono fuori da questa emergenza mondiale. Non sappiamo ancora quali saranno i valori dei diritti televisivi, le quotazioni dei cartellini dei calciatori, i nuovi criteri degli stipendi. Ci sono tante ipotesi, è probabile che si debba ripartire da un livello inferiore per tutti. Per questo c’è bisogno di chiarezza e di una visione comune”.

“Quando il calcio tornerà, la gente avrà ancora voglia di vederlo o penserà ad altro? Il calcio, per me, resta lo spettacolo più bello del mondo. Torneremo ad appassionarci e, forse, questo periodo ci avrà legato ancora di più, rinsaldando il senso di appartenenza”.

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