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Seedorf: “Inter più forte del Milan ma le manca l’istinto killer. Inzaghi bravo ma…”

Seedorf: “Inter più forte del Milan ma le manca l’istinto killer. Inzaghi bravo ma…”

Clarence Seedorf è stato uno dei tanti doppi ex di Inter e Milan. L'olandese ha rilasciato un'intervista a La Gazzetta dello Sport in merito

Matteo Pifferi

Clarence Seedorf è stato uno dei tanti doppi ex di Inter e Milan. L'olandese ha rilasciato un'intervista a La Gazzetta dello Sport in merito:

«In questa Serie A vedo equilibrio, le grandi squadre sono vicine più che mai. Il Milan impone il suo gioco e difende 15-20 metri più su. E’ un atteggiamento che dovrebbe adottare anche in Europa. All’Inter manca l’istinto killer, deve imparare a chiudere più in fretta le partite. Sette punti di distacco sono tanti, ma chi insegue ha sempre una motivazione in più per accorciare le distanze dalla vetta».

Ha seguito il Milan da commentatore Prime Video contro il Porto. Impressioni?

«Deve convincersi a pieno della propria forza, ma ci sono tanti giovani alla prima esperienza importante che vanno lasciati crescere. Hanno giocatori veloci come Leao ma non basta per giocare sulle ripartenze, in Champions l’avversario ti viene subito addosso. E se resti così “basso” dovresti difendere alla perfezione. Hanno un recupero palla veloce, in possesso sanno cosa fare e Pioli mi piace: in Europa serve essere più precisi e un approccio simile a quello che hanno in campionato. Se riesce a farlo il Salisburgo, perché non deve farlo il Milan?».

In A il Milan è padrone: perché questa differenza?

«In Italia ha una leadership stabile e consolidata. Si vede la sua voglia di comandare il gioco, anche se può essere esasperata ancora di più. Di nuovo, dipende da dove scegli di difendere: è un messaggio che lanci anche all’avversario. Rispetto alla Champions cambia la qualità: se in Europa sbagli qualcosa dietro, ti colpiscono sicuro, in campionato magari no. Si deciderà tutto a marzo-aprile, fin lì il Milan può impegnarsi a rafforzare una mentalità vincente».

Per lo scudetto ha già un vantaggio decisivo?

«No, ma deve assolutamente ambire al titolo. Dalla sua ha anche storia, tradizione, una maglia pesante per chi l’affronta, San Siro. Sono insieme da anni, è il momento per puntare allo scudetto e competere in Champions, dove deve provarci fino alla fine».

Tra i principali artefici della ricostruzione c’è il suo ex compagno Maldini. Sorpreso?

«No perché quello che io posso dire da esterno, Paolo lo ripeterà tutti i giorni all’interno. Nessuno meglio di lui conosce il club e cosa manca per un prossimo step: è una fortuna per il Milan che ci sia. Ha portato solidità e chiarezza, adeguerà la sua strategia in base alle necessità ma identità, filosofia e ambizioni alla base non cambieranno».

Stupito almeno da Ibrahimovic, che a 40 anni continua a giocare al top?

«Nemmeno, perché si è sempre preso grande cura di sé. Al Milan in tanti hanno giocato così a lungo, Paolo, Cafu e Costacurta. Determinante è che intorno ci sia una struttura capace di esaltarne le qualità».

Da ex giocatore e attuale dirigente: come si comporterebbe con Kessie?

«Ha il diritto di chiedere tutti i soldi che vuole, come il club ha il diritto di non accettare e mantenere la sua linea di equilibrio. Io credo che dovrebbe mettere al primo posto la carriera, poi cercare di ottenere il meglio anche da un punto di vista economico. Amo troppo lo sport per non dare senso alla professione, perché sia più lunga e più vincente possibile. Kessie ha fatto molto bene al Milan ma nel girone di Champions sono ultimi e non mi pare sia stato decisivo per vincere lo scudetto. Oggi ci sono pochi giocatori insostituibili. Credo che Kessie sia importante per il Milan e farebbe bene a valorizzare l’aspetto tecnico per la sua carriera prima dei soldi. Come club non puoi fare tanto, e allora lo lasci andare e prendi un altro: mi auguro sia ridotta l’influenza degli agenti ma anche che alla fine lui scelga con criterio».

L’Inter ha cambiato: fuori Conte, dentro Inzaghi. Potrà rientrare nella corsa scudetto?

«Ha tempo per farlo. Mi fa piacere vedere Dzeko a questo livello, si è integrato perfettamente e ha cancellato le preoccupazioni del post Lukaku. Deve competere per il primo posto, ha tanti giocatori forti e già affermati, in questo senso anche più del Milan. Per questo li vorrei più decisi nel far male all’avversario, troppe volte li vedo gestire un solo gol di vantaggio. Inzaghi è bravo e la sua Lazio costruiva tantissime occasioni da gol, potrà farlo anche l’Inter. Ma come ha dimostrato a Roma, gli serve tempo per trasmettere le sue idee. Qui ha giocatori ancora più forti. Lui dovrà solo saper reggere le pressioni: là era a casa sua, Milano è un’altra cosa, è fuori dalla sua zona di confort».

Tonali o Barella?

«Più avanti il secondo al momento. E’ maturo, per diventare un giocatore di prima fascia a livello internazionale deve solo fare un ultimo passo: approcciare tutte le partite da protagonista, da leader riconosciuto. Quando avrà anche questa continuità sarà completo. Tonali vada avanti così, con questa ambizione: è nell’età in cui i più forti iniziano a fare la differenza. Se lo farà già ora, a 21 anni, potrà ambire a diventare un top».

In A sono tornati Allegri, Sarri, Mourinho, Spalletti. Chi apprezza di più?

«Sarri ha fatto benissimo a Empoli e Napoli, se qualcuno ha portato un po’ di aria fresca è lui. Per la prima volta Mourinho ha preso una squadra che non è sempre stata ai vertici, è una scelta da rispettare e gli va dato tempo: se lo ha fatto è perché ha le motivazioni giuste».

Quando rivedremo Seedorf in panchina?

«Sono sempre aperto e disponibile a progetti interessanti, dove c’è la volontà di costruire. Sono felice di quanto fatto finora: sento di aver consolidato la capacità di trasmettere le mie idee in poco tempo, nel calcio frenetico di oggi serve sempre di più. Credo di saper migliorare i singoli in un contesto collettivo e di rendere le squadre più competitive: nel calcio vinci o perdi, non mi faccio frustrare dai risultati. Dopo anni continuo a ricevere messaggi di ringraziamento per il lavoro svolto, sia da presidenti che calciatori. E’ la parte che preferisco: creare rapporti che resistono a tutto, specialmente con i giocatori. In Italia, nonostante abbia fatto risultati con il Milan e dopo quasi vent’anni di lavoro qui, non sono stato preso in considerazione da altre squadre. Ma magari ha a che fare con altri discorsi. Un giorno tornerei volentieri, in un progetto serio. Non devo stare nel calcio per forza come allenatore, in qualsiasi ruolo il mio obiettivo è riuscire a portare valore».

 

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