Spalletti ha pagato una rinuncia costante nei due anni all’Inter: l’amarezza nasce da…

Spalletti ha pagato una rinuncia costante nei due anni all’Inter: l’amarezza nasce da…

Analisi dei due anni di Luciano sulla panchina dei nerazzurri

di Redazione1908

Luciano Spalletti è uscito di scena in maniera composta e lineare. Lineare come è stata la sua Inter in questi due anni. La richiesta del club nerazzurro era proprio quella: centrare la qualificazione in Champions League. Aspettative soddisfatte, quindi. Ma Rivista Undici cerca di approfondire come questa normalità raggiunta dall’Inter si sia trasformata in un limite. Da superare con un cambio in panchina. “Spalletti ha indirizzato l’Inter in un percorso, ma in quel percorso è rimasto. E quindi – naturalmente – non è stato esonerato perché ha eseguito il compito, ma perché non ha mai dato l’impressione di poter andare oltre. L’andamento della sua gestione è l’alibi della scelta dell’Inter. Quando Spalletti ha dovuto dare ordine, ovvero nella prima metà della prima stagione, ha ottenuto il massimo; quando invece ha provato a innovare la squadra, a spingerla verso l’evoluzione, ha riscontrato difficoltà. Ci ha provato durante l’inverno della prima stagione e nella prima parte dell’annata appena terminata, e l’impressione è che l’Inter sia cresciuta in termini di stabilità mentale e di capacità di contenere le avversità, ma meno di quanto ci si poteva aspettare sul piano del gioco”.

I giocatori non hanno aiutato l’ex tecnico nerazzurro e quell’equilibrio troppo sottile: “L’idea che giustifica il cambio di tecnico è che Spalletti, di fronte alla difficoltà dei suoi giocatori nella crescita, abbia preferito preservare piuttosto che innovare, ritenendo forse che potesse essere pericoloso farlo. Anche perché la grande scommessa del tecnico di Certaldo è andata persa: le fiches posizionate sui giocatori simbolo – Nainggolan, Icardi, Perisic, Vecino – non hanno portato i benefici sperati perché, a rotazione, proprio questi calciatori hanno deluso e compromesso le potenzialità dell’Inter. Spalletti, di fatto, ha costruito una squadra che non ha mai potuto sfoderare la sua massima espressione; e anche se le colpe non sono soltanto sue, è colui che ne ha pagato le conseguenze. Ciò che si può imputare a Spalletti è che di fronte ad uno scenario avverso non abbia saputo reagire e trovare una contromossa. Il modulo è rimasto sempre il 4-2-3-1: di nuovo, è come se un cambio potesse minare l’equilibrio raggiunto dalla squadra, che dal suo punto di vista deve essere stato sottile”. 

Mai sopra le righe: l’Inter punta su Conte: “La rinuncia di Spalletti ad un qualcosa in più, alla novità, all’invenzione, è stata costante nei due anni in nerazzurro. La sensazione è quella di aver avuto a che fare tecnico che ha più che altro organizzato, ma mai inventato qualcosa. L’amarezza finale nasce dal fatto che l’invenzione è parte del suo repertorio, eppure all’Inter non si è mai vista. In sostanza, il pregio della sua gestione – strutturare una squadra reduce da un susseguirsi di “anni zero”, o peggio, dall’assenza di progetti sportivi e societari, definendo dei punti fermi – ha portato benefici tali per cui alla lunga è diventato un difetto: la normalità di cui l’Inter aveva bisogno due anni fa è stata sostituita, nella mente della dirigenza e della proprietà, dall’ambizione e dalla volontà di accelerare l’andatura del progetto di crescita. Il fatto che Conte fosse libero ha chiuso il cerchio disegnato dai dirigenti nerazzurri”.

(Rivista Undici)

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