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Boninsegna: “Italia-Germania del ’70 è stata più di una partita di calcio”

L'ex attaccante dell'Inter ha parlato al Corriere della Sera ricordando la sua sfida contro la Germania con la maglia dell'Italia nella leggendaria partita dei mondiali del '70

Gianluca Bottiglieri

Mancano solo due giorni a Italia-Germania, sale la febbre per una partita storicamente avvincente e favorevole agli azzurri. Per il Corriere della Sera, Roberto Boninsegna, autore della rete che aprì le marcature allo Stadio Azteca, ha ricordato la leggendaria partita dei Mondiali del '70, terminata 4-3 per l'Italia:

"Non è stata solo una partita, è stato un evento collettivo, storico, roba da sociologia, mica solo sport. Noi ovviamente eravamo solo ragazzi e non avemmo la percezione reale di cosa stavamo vivendo, lo capimmo solo dopo, al nostro ritorno in Italia. Non era calcio, era di più. Quel Mondiale, il primo del dopoguerra davvero positivo per l’Italia, non sarà mai dimenticato da chi lo ha vissuto dal primo all’ultimo giorno. In Messico come in Italia, intendo. I tifosi come i giocatori. La gente lo visse in un modo unico, come una grande festa. Quella partita tenne sveglia tutta l’Italia. Partita pazzesca, incredibile, successe di tutto. E infatti ci hanno fatto film, libri, canzoni. Peraltro io quella partita neanche la dovevo giocare, erano già tutti in Messico quando una notte fui buttato giù dal letto dal ragionier Bianchi che mi disse: va’ domattina al consolato messicano di Milano e poi prendi il primo aereo e fila ai Mondiali. Il ricordo di quella partita infinita è ancora vivissimo, anche a distanza di 46 anni. Naturalmente l’immagine che più ho impressa è la mia rete dopo 8 minuti. Lo scambio con Riva, il mio tiro di sinistro, secco, angolato. In realtà fino al loro pareggio al 90’ non fu una bella partita, tutto successe dopo, quando segnammo cinque gol in mezz’ora. Sorpassi e risorpassi continui, colpi di scena, come in un film. Fu una partita sola ma mi sembrarono quattro o cinque. Che squadra, quella. Mazzola, Rivera, Facchetti, e di là Beckenbauer, Schnellinger. Loro erano fortissimi, ma noi di più, noi avevamo il cuore, l’anima, il nostro era un gruppo compatto, unitissimo, e in quella partita si vide a occhio nudo. Non amo i paragoni, perché fra epoche diverse non hanno senso, ma intravedo alcune somiglianze fra la mia Italia e questa. Il carattere, direi".

(Corriere della Sera)

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