Telese: “Nainggolan? La cresta nerazzurra sarà come l’ex moglie sotto braccio con un altro”

Telese: “Nainggolan? La cresta nerazzurra sarà come l’ex moglie sotto braccio con un altro”

Il noto tifoso giallorosso ha espresso il suo pensiero sulle pagine del Corriere dello Sport

di Daniele Vitiello, @DanViti
Luca Telese, giornalista e conduttore televisivo, noto tifoso della Roma, attraverso un approfondimento per il Corriere dello Sport di questa mattina ha quasi dato l’addio a Radja Nainggolan, sempre più nel mirino dell’Inter: ““Alzare la cresta” ci fa pensare alla superbia, “fare la cresta” al furto, “cambiare la cresta” ci può far meditare su una sola persona al mondo: sul Ninja. Ovvero sull’uomo che ha inventato una nuova arte, trasformando il proprio corpo in una installazione permanente. Certi tagli di Radja Nainggolan dovrebbero essere esposti nelle gallerie d’arte moderna o al Moma. Dire addio a quei capelli sarà come dire addio ai monti per Lucia Mondella, dire addio alle creste, per chi ha la Roma nel cuore, sarà come condannarsi ad un vecchio rimorso, o ad un vizio assurdo. Vedere una cresta virata in nerazzurro sarà come per i divorziati vedere l’ex moglie sotto braccio con un altro. Se non altro perché la domenica calcistica si animava (anche) per l’attesa dei piccoli dettagli, rituali e guerrieri, di Nainggolan. Parlo degli immancabili calzettoni strappati sul polpaccio posteriore (stile incredibile Hulk) e delle invenzioni del suo parrucchiere personale, che Radja esibiva su Instagram con questo appellativo vezzeggiativo “ecco il mio top Barber”. Durante questo campionato si è capito che l’artista-parrucchiere lavorava con un progetto tricologico programmato con la stessa cura di un piano quinquennale: si partiva in una giornata qualsiasi con cresta tradizionale gialla stile Arrapaho, si passava all’evoluzione cromatica giallorossa, si arriva alla cresta Ninja più codino pendulo (da cui lo sfottò di Perotti “ma tu hai pagato il parrucchiere?”), per poi passare a una nuova variazione di stile bicromatico con la cresta metà bionda e metà nera che procuró a Radja un memorabile ululato dalla Tribuna Tevere: “Ah Radjaaaa! Ma che te sei sparmato er ciaocrem sulla boccia?”.
Pensavano di aver visto tutto, e invece su Instagram – prima della partita con la Juve – arrivò un video in cui Radja entrava nel negozio del suo personal e si cimentava nel “cut challenge”, scotennando lui stesso alcuni tifosi adoranti (che rimanevano, poverini, storpiati ma contenti, con cresta e ciuffetti): il tutto accompagnato dalla colonna sonora di Fidelio, con conto alla rovescia di 90 secondi. Di fronte alle improbabili treccine bionde ci si interrogava se fossero vere o extension. Mentre prima della partita con l’Udinese il mitico spazzolone si colorò addirittura di arancione fluo – d’accordo con lo sponsor – per pubblicizzare degli scarpini di identico colore. Scherza con i fanti, ma non con i santi, io stesso dopo una choccante rasatura totale mi ritrovai convinto che il taglio fosse coinciso con un calo di forma atletica, forse perché siamo cresciuti con il mito di Sansone, destinato a perdere la forza dopo aver subito il taglio della chioma. L’ironia della sorte vuole che adesso Nainggolan si ricongiunga ad un pelato. Dolore. La cresta però non era solo un fregio, ma uno stile di gioco: non ho ancora visto nessuno capace di ripetere in maniera seriale quell’inconfondibile gesto atletico di Nainggolan, il marchio di fabbrica della ditta, in acrobazia. Lui fa così: rincorre l’avversario da dietro, strappa e aggancia il pallone in scivolata – e fin qui siamo su questo pianeta – ma poi si rialza in corsa e, palla tra le gambe, riparte (questa è fantascienza) in direzione opposta senza fermarsi. Se hai una di quelle ridicole acconciature da campioncino la mossa non ti può riuscire, ovvio. L’eccesso tricologico in questo caso è misura di sé, rottura del limite.   Ma dietro il sorriso dell’antologia barbieristica c’è già il velo della nostalgia: Radja se ne va, forse – dopo essersi radicato nel cuore di una città – non perché ha ceduto alle lusinghe e alle (tante) profferte economiche, ma perché la Roma lo cede. È un diritto della società, ma anche una scelta dolorosa. Quindi “chapeau”, come dicono i francesi. Ovvero giù il cappello in suo onore: e soprattutto – in questo caso – abbassate anche le forbici”.
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