Spalletti, quanto brucia il doppio tradimento. Ma c’è una sensazione da smentire immediatamente

La sconfitta dell’Inter a Torino ha lasciato scorie pesanti: l’opinione di Daniele Mari, direttore di Fcinter1908

di Daniele Mari, @marifcinter

Il tradimento rappresenta, da sempre, la più dolorosa delle coltellate. Quando di tradimenti, poi, se ne subiscono due, da persone insospettabili, allora viene quasi la voglia di mollare tutto e abbandonarsi alla corrente.

Luciano Spalletti, che di mestiere fa l’allenatore dell’Inter, di tradimenti ne ha subiti due. Pesantissimi. Il primo porta il nome di Ivan Perisic, giocatore che Spalletti ha coccolato, accarezzato, messo al centro del progetto (con tanto di rinnovo) e rilanciato sui grandi schermi. Il croato non solo ha chiesto la cessione a metà stagione, lasciando l’allenatore di stucco, ma si è anche chiamato fuori dai suoi impegni professionali (la botta alla tibia sembra la febbre di Higuain). “Se Perisic non vuol giocare, lo aiuteremo a star fuori”. Le parole di Spalletti, pronunciate con lo sguardo perso, demoralizzato, suonano come una sentenza. Perisic non vuole mai più indossare la maglia dell’Inter, i tifosi dell’Inter non vogliono mai più vedere Perisic in campo. E Spalletti è preso in mezzo. Di nuovo.

Proprio così. Perché l’altro pupillo di Spalletti, Radja Nainggolan, l’aveva già tradito. Prima sul campo, con prestazioni ai limiti dell’inguardabile (gli  infortuni sono solo parziale attenuante). E poi fuori, con quella confessione diventata pubblica, quella voglia di andarsene dall’Inter che tanto lo accomuna a Perisic. Due pupilli, due “cocchi di papà”, entrambi protagonisti di coltellate che hanno provocato ferite dure da far guarire. E Spalletti sembra, almeno in video, proprio un uomo ferito. 

Ma c’è un’impressione, una sensazione che aleggia intorno all’Inter. E questa non sarebbe una coltellata, questa sarebbe un’autentica bomba in grado di far implodere il mondo nerazzurro. E’ da qualche tempo che Spalletti sembra poco connesso con il mondo Inter. Non parla più di progetto, non parla più di futuro a lungo termine, glissa sui nuovi azionisti (“mi auguro che facciano il meglio, l’Inter lo merita, i suoi tifosi meritano risposte serie”, è stata la poco convincente risposta sull’ingresso di LionRock in società), si infastidisce per la domanda sull’arrivo di Godin. I suoi discorsi sono quasi sempre limitati e circoscritti alla stagione in corso.

Dopo l’uscita dalla Champions, e l’ingresso di Marotta, si sono moltiplicate le voci sulla sostituzione di Spalletti a giugno: prima Simeone, poi Conte, poi Mourinho. Ma stavolta, il tecnico sembra averle accusate pesantemente, il gancio sembra aver colpito in pieno volto, quasi come se Spalletti, in cuor suo, cominci a pensare che alla fine questo sia il suo destino.

Uno Spalletti che si abbandona alla corrente, con la stagione ancora tutta da definire, sarebbe un incubo per l’Inter. L’ambiente è notoriamente poco incline alla serenità, i giocatori poco inclini alla forza di spirito, se viene meno anche l’impeto spallettiano si mette male.

Il destino va costruito, le sorti possono cambiare. Spalletti non è un dead man walking, la stagione dell’Inter non è finita. Ma lo sguardo del tecnico deve tornare a esprimere sicurezza, voglia di andare oltre i limiti di una rosa allestita in maniera confusa, oltre i limiti di personalità di molti dei giocatori (persino Marotta se n’è accorto in poco più di un mese).

“Uomini forti, destini forti. Uomini deboli, destini deboli. Non c’è altra strada”. Ce l’hai insegnato tu, mister. E’ tempo di rialzare la testa. 

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