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Papà Inzaghi: “Dicevano ‘Non è da Inter’, Simone non dimentica. Mi ha confessato…”

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Giancarlo Inzaghi ha parlato ai microfoni de' La Repubblica dopo lo Scudetto conquistato dal figlio Simone con l'Inter
Alessandro De Felice Redattore 

Papà Inzaghi racconta Simone dopo lo Scudetto. In un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, Giancarlo ha parlato a tutto tondo dell’allenatore dell’Inter e del percorso fino al titolo, vinto lunedì sera nel derby contro il Milan.

Lei adesso è il padre più felice d’Italia: si può dire?

“Sì, ma perché ho due ragazzi splendidi. Sono felice della loro gentilezza, della loro bontà e del bene che si vogliono, non dei 360 gol o dello scudetto”.


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Anche se, lo scudetto...

“Simone mi ha detto: “Papà, comincio solo adesso a rendermi conto che ho fatto una grande impresa”. Gli ho dato un bacio, gli ho detto bravo. Poi Filippo gli ha dato un bacio e gli ha detto bravo. Siamo gente così”.

Quando ha cominciato a vincere lo scudetto, il suo ragazzo?

“Quando scrivevano che non era da Inter. Io mi arrabbiavo e lui “papà, calma...” Poi però mi ha detto: “Mi sono segnato tutto e non dimentico”. Quando sarà tempo, ogni cosa verrà fuori. Non ora. Ora c’è solo da stare contenti”.

Quando giocavano, Simone era il fratello di Filippo. Adesso, da allenatori, Filippo è il fratello di Simone. Ombre tra loro?

“Mai! Si sono invertite le parti, ma loro hanno sempre goduto uno dell’altro. Si telefonano due volte al giorno e si chiedono: “Come giochi domenica?” Posso dire che si amano”.

È vero, come ha spiegato Filippo, che Simone era più forte?

“Da ragazzini certamente, perché era un dribblomane tutto scatti e finte. Si passava la palla da solo e poi faceva gol. A 14 anni era alto un metro e 70. Ma, per Filippo, quel gol era il suo stesso sangue: con gli Esordienti ne segnava novanta all’anno. Eppure non pensavo che sarebbero arrivati così in alto, me li immaginavo al massimo in Promozione o in Eccellenza”.

Simone era il più piccolo, nella scia di una leggenda dell’area di rigore. Difficile?

“Quando Filippo veniva ingaggiato dalla Tabaccheria “Da Mario” per i tornei serali con una pizza come premio partita, ed era poco più di un bambino in mezzo ai trentenni, diceva: “Io vengo, però porto anche mio fratello””.

Come finì?

“Lo ingaggiò il Bar Barbara, che di pizze ne offriva due a vittoria”.

Ci parli del vostro pranzo di ieri.

“Simone abita a Brera, nel cuore di Milano, e per percorrere i seicento metri verso il ristorante ci abbiamo messo una vita tra abbracci, selfie e parole bellissime della gente”.

Simone l’ha videochiamata dal campo.

“Ma io piangevo come una fontana, solo mia moglie Martina è riuscita a parlargli”.

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E cosa gli ha detto?

“Bravo”.

Lei come ha vissuto il derby?

“Nel mio solito modo: da solo in stanza, tapparelle abbassate, nocino e sigaretta. A San Siro sarò andato tre volte in tre anni. Sono stato milanista per una vita, però adesso tengo per l’Inter, così come tenevo per la Lazio quando in ritiro si giocava a carte con Immobile e Peruzzi, il mio compagno fisso, grande Peru”.

È vero che Simone è cambiato?

“Forse a Roma era troppo amico dei calciatori. All’Inter è diventato più maturo, più riflessivo, sa essere un muro di gomma. Ma è sempre la solita enciclopedia: conosce, ruolo per ruolo e caratteristica per caratteristica, tutti i giocatori d’Europa. Basta fare un nome e lui tòc, risponde al volo”.

Cos’ha in più di Filippo?

“Filippo non è stato fortunato, però ha lavorato benissimo ovunque, è un martello pneumatico e sfonderà pure lui”.

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Quanto c’è, di Filippo, nel successo di Simone?

“Tanto. Da ragazzi, era Filippo a curare ogni dettaglio per Simone, quasi da maniaco. Unico strappo alla regola un po’ di Nutella, altrimenti solo bresaola e orari tedeschi. Sempre con i piedi per terra”.

Simone li manterrà?

“Sì, nessuno dubbio. Ne ho visti di presunti fenomeni che si sono comprati l’aereo dopo un po’ di vittorie. Gente sparita presto, giocatorini. A loro vorrei dire di prendere esempio da Simone e Filippo, che per spostarsi usano soltanto i treni di linea”.

Uno scudetto e una finale di Champions in meno di un anno.

“E se Lukaku non sbaglia quel gol, ora saremmo campioni d’Europa. Ma a me interessa solo che Simone sia una brava persona, e Filippo lo stesso”.

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