Italia U21, Nicolato: “I più giovani si sono integrati benissimo. Ripresa? Sacchi dice…”

Le parole del tecnico della nazionale italiana under 21 ai microfoni della Gazzetta dello Sport

di Daniele Vitiello, @DanViti

Paolo Nicolato, allenatore dell’Under 21, ha parlato ai microfoni della Gazzetta dello Sport.

Come va la vita in casa?

«Bene, questi sono momenti che aiutano a rimettere in ordine le cose, le priorità. E che ci faranno apprezzare di più quando potremo uscire di nuovo».

Come passa il tempo?

«Leggo, guardo partite, ne approfitto per rivedere intere tutte quelle dei giocatori che ci interessano. E sono tante».

Com’è la situazione giovani?

«La solita. In A fanno un po’ di fatica a giocare, a parte qualche eccezione, in B qualcosa si muove. La speranza è sempre che i club capiscano l’importanza di creare i presupposti per un cambiamento continuo. Se il serbatoio è vuoto dovremo rivolgerci altrove, come le squadre stanno già facendo. Ma la Nazionale non può. Se vogliamo far ripartire il nostro calcio dobbiamo correre dei rischi».

Si riesce a pensare al calcio in periodi come questo?

«Non c’è il coinvolgimento totale, perché c’è tanta gente che soffre. Serve più a occupare la mente, ma non sento il solito bisogno di calcio».

Uno dei suoi, Cutrone, è risultato positivo.

«Patrick è un grande combattente, è un puro, ha un temperamento eccezionale. Ci siamo scambiati dei messaggi e l’ho sentito carico. Con lui e con altri mi sento spesso. Si è creato un legame molto forte, con i ragazzi che conosco da 4 o 5 anni, ma anche con chi si è “aggiunto” e si è integrato benissimo».

Tra loro c’è Locatelli. L’ha sorpresa il suo rendimento?

«No, perché è una persona intelligentissima e ha grandi qualità tecniche. Se questi ragazzi hanno le opportunità, possono riservare grandi sorprese. E darci nuove idee».

A proposito, in che direzione va il pallone?

«Verso un calcio meno di schemi e più di principi. Verso un allenatore meno integralista, che sa applicare molti sistemi di gioco e insegnare cose diverse. E verso giocatori multiruolo, eclettici. Si sta cercando di privilegiare il gioco e i protagonisti. Si parte dal giocatore per arrivare alle nostre idee».

Si spieghi.

«L’allenatore non deve risolvere problemi ai giocatori ma insegnare ai giocatori a risolverseli da soli. Per me è fondamentale. Non voglio trovare giocatori che si girano verso la panchina per chiedere cosa devono fare. Per questo un allenatore deve avere conoscenze e trasmetterle, non avere un’unica idea. Anzi, a volte bisogna essere disponibili a insegnare cose che magari non ci piacciono ma che vanno attuate se si adattano ai nostri giocatori».

Sembra il ritratto di Klopp, il tecnico più “attuale”. Che però ha perso il confronto con Simeone.

«Ma non si può partire dal risultato per l’analisi di una partita, perché può essere condizionato da molti fattori. Bisogna dare più importanza alla prestazione. E a volte anche al fatto di non vincere. Troppo spesso si dà un senso di fallimento a chi non vince. Anche sotto il profilo etico, non può passare il messaggio che chi non vince è un fallito. Così si finisce per autodistruggersi. Ma ricordiamoci che nello sport si perde molto più di quanto si vinca. La differenza la facciamo nel gestire i momenti di difficoltà».

Le qualificazioni all’Europeo Under 21 non si sa quando riprenderanno. Così come i campionati.

«Dobbiamo metterci a disposizione. Come dice Arrigo Sacchi, “il calcio è la cosa più importante tra le meno importanti”. Risolviamo il prima possibile, senza tante chiacchiere e personalismi. E se c’è bisogno di giocare una volta al giorno, giocheremo una volta al giorno. Una soluzione che vada bene a tutti non esiste, tutti dovremo rinunciare a qualcosa. Sarebbe bello finire i campionati, ma non è detto che sia possibile».

Su taglio degli stipendi che idea si è fatto?

«È una cosa che va gestita da chi sa. E va superato anche il confine italiano e capire se l’Europa è veramente Europa. Non possiamo risolvere la questione da soli. La disgrazia può essere un’opportunità per rendere più forte un continente che deve dimostrare di saper trovare soluzioni condivise. Certo, ci saranno da fare dei sacrifici. E non dovremo difendere ognuno il proprio orticello, un male tipicamente italiano».

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