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Malagò: “Serie A, è ora di cambiare: sì a Var a chiamata, playoff e tempo effettivo”

Alessandro Cosattini

Così il presidente del Coni ha parlato in esclusiva al Corriere dello Sport del momento che attraversa il mondo del calcio

A tutto Giovanni Malagò. Così il presidente del Coni ha parlato in esclusiva al Corriere dello Sport del momento che attraversa il mondo del calcio anche: «I calciatori non hanno una giornata più impegnativa di altri atleti. Ma vivono contesti culturali e condizioni economiche che non sono un incentivo».

C’è una relazione tra la crisi del calcio italiano il suo ritardo culturale?

«Sì, nel senso che il calcio è l’unico sport dove esistono ancora dinamiche padronali. Almeno in Italia. In Inghilterra il proprietario non ha mai una gestione diretta della società. Delega, conferma, ricambia. Da noi invece i presidenti se la cantano e se la suonano. Ricordo che, quando da commissario della Lega ho messo in moto la revisione dello statuto per avere un consiglio di amministrazione con presidente, amministratore delegato, consiglieri indipendenti, mi guardavano come uno che volesse violentarli. Eppure giocavo in casa, c’era confidenza e stima reciproca, è gente a cui voglio bene e con cui vado a cena. Ma per loro l’ideale era continuare a mantenere la gestione dell’assemblea partecipativa, in cui si comanda in venti per non far comandare nessuno. Lo stesso accade all’interno delle società. Chi vende i diritti tv non può essere la stessa persona che si occupa dell’erba del campo e del contratto dei calciatori. I bilanci parlano. E dicono che si è perduta la via maestra del risultato economico senza raggiungere traguardi sportivi. Perché Moratti, Berlusconi, e prima l’Avvocato hanno speso sì un sacco di soldi, ma almeno lo sfizio se lo sono tolto, alzando coppe da tutte le parti. Oggi abbiamo solo debiti e umiliazioni fuori dai confini. Guardi il livello, quantitativo e qualitativo, dei diritti tv. Pochi introiti e contenziosi à gogo. Ma dico io: gli americani, che del business sono maestri, sono stupidi a demandare tutto al commissioner»?

Gli americani fanno bene al calcio italiano? Anche quando le proprietà sono hedge fund come Elliott, che comprano e vendono solo per fare utili?

«Se non fossero arrivati loro, con finanza fresca, molti club sarebbero già saltati».  

Ma perché i grandi imprenditori italiani girano al largo? Hanno paura di esporsi?

«Ce ne sono sempre di meno. Te lo immagini uno come Del Vecchio o come Armani, per fare solo due nomi, a infilarsi in simili dinamiche? Le grandi famiglie, quelle che restano, sono scioccate dal sistema». 

Le plusvalenze sono il buco nero del calcio. Il tribunale federale le ha salvate. Ma resta il problema di riannodare il valore finanziario a quello sportivo degli atleti. Come si fa?

«Equiparando costi industriali e stipendi ai volumi di fatturato. Guardando sempre agli americani, che, non a caso, praticano il salary cap. Non vuol dire disconoscere i meriti dei campioni. Ma coltivare il realismo e la saggezza del fare impresa. Una cosa mi colpisce. Il calcio è l’unica economia che ragiona al netto e non al lordo. Significa misurare la realtà sul desiderio e sul consumo, e non sull’investimento che c’è dietro per realizzarli».

Il suo racconto sembra la storia della Juve che paga 31 milioni di ingaggio a Ronaldo e, per non scontentare gli altri, alza lo stipendio di tutta la rosa.

«Con un dettaglio che non trascurerei. I 31 milioni di Ronaldo si giustificano in parte con lo sconto fiscale previsto dalla legge sull’ingresso degli stranieri in Italia, l’aumento di altri ingaggi non ha invece alcuna pezza a colori». 

Le élite del calcio hanno compreso il problema?

«Gravina sì, e molto bene. Il nuovo presidente della Lega, Lorenzo Casini, è un giurista: deve essere messo nella condizione di lavorare. Servono una nuova governance e nuove regole. E soprattutto armonia tra Federazione e Lega». 

Perché non si fanno gli stadi in Italia?

«Anzitutto perché si teme che i proprietari non vogliano fare solo lo stadio, ma anche qualcos’altro». 

I profitti non piacciono?

«Poco. Ma i tifosi dovrebbero capire che senza profitti le società muoiono. Poi, manca spesso quella che io chiamo una combinazione di pianeti: una proprietà, una piazza e una politica locale che vadano nella stessa direzione. Talvolta questa congiuntura astrale si trova, ma le procedure sono lente, e se cambia l’atteggiamento di anche una sola delle parti in causa, salta tutto». 

La Superlega può essere una cura ai mali del calcio?

«Mi chiedo se la Champions non lo sia già, una Superlega. Avete visto il solco che si sta scavando, in termini di introiti, tra le squadre che vi accedono e quelle che restano fuori? Non mi sembrano maturi i tempi per creare un’ulteriore dinamica di upgrade. Non facciamo gli ipocriti, è normale che un azionista ci provi per dare una sistemata a bilanci disastrati. Ma non per questo la Superlega diventa sportivamente accettabile. La mia stella polare è il CIO. Se fai un campionato fai-da-te, alle Olimpiadi non ci vai». 

Ma ha senso un campionato di serie A che venda alle tv straniere partite come Empoli-Spezia o Salernitana-Venezia?

«Certamente no. Bocciare la Superlega non vuol dire non cambiare niente. Ma il contrario». 

Playoff e playout?

«Perché no. Certo, non con venti squadre». 

Tempo effettivo?

«Sì con convinzione. Non sopporto di vedere calciatori per terra che simulano fratture multiple, o giocatori sostituiti che escono dal campo al ralenti. Il tempo effettivo promuove la lealtà sportiva». 

Var a chiamata?

«D’accordissimo. La tecnologia è utilissima, ma va usata meglio». 

La preoccupa il fatto che settanta giocatori su cento in Italia siano stranieri e che non ci siano maglie da titolari per i giovani?

«Più di ogni altra cosa. Sui banchi delle scuole italiane ci sono 172 mila persone in meno rispetto a quindici anni fa. Il calo demografico è complice dei vivai fatti di soli stranieri e della crisi di competitività del sistema. In altre parti del mondo accade il contrario. Ci sono paesi con boom demografico e cultura calcistica monotematica. O ci attrezziamo, o finisce un’egemonia sportiva che è parte della nostra cultura. Non deve accadere». 

Il calcio può fare un’inversione di 180 gradi nel tempo che ci separa dal prossimo Mondiale?

  «Non credo realisticamente. Ma basterebbe qualche incentivo finanziario ai vivai per tornare a far crescere un po’ di talenti nostrani. Qualcosa cambierebbe». 

Lei ha detto che Gravina ha fatto bene a confermare Mancini. Perché?

«Perché ha vinto l’Europeo in discontinuità con la crisi che qui raccontiamo. E perché cambiare sarebbe stato un salto nel vuoto». 

Ma adesso ci vuole un’altra squadra?

«Questo lo decide il ct. Però, da tifoso, mi stupirei se Immobile non avesse più spazio in Nazionale. Lo considero di gran lunga il più forte centravanti italiano».