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Thuram: “In Italia il razzismo è un problema vero: c’è ipocrisia. Stadi e Covid? Bisogna vivere”

Alessandro De Felice

La lunga intervista rilasciata dall'ex difensore di Francia, Parma e Juventus ai microfoni del quotidiano La Stampa sul razzismo

Ha conquistato la Coppa del Mondo con la Francia nel 1998 e ha collezionato in carriera 306 partite in Serie A dal 1996 al 2006 con le maglie di Parma e Juventus. Oggi Lilian Thuram lotta fuori dal campo: autore del libero 'Il pensiero bianco', è ambasciatore Unicef e combatte attivamente contro il razzismo.

L'ex difensore ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano La Stampa: "Spero si possa ritornare al più presto negli stadi. Abbiamo bisogno di ritrovarci, di legami. Quando si parla di razzismo e della costruzione delle razze, vuol dire che questi legami si sono rotti".

Cosa fare, però, concretamente contro il razzismo negli stadi?

"Quando emergono problemi di questo tipo, niente impedisce ai giocatori di smettere di giocare, agli arbitri di bloccare il gioco e ai dirigenti di fermare le partite".

Ha un senso il calcio in questi tempi di Covid? Con gli stadi senza tifosi?

"Bisogna continuare a vivere e tutte le attività che sono possibili devono continuare".

Lei ritiene che ci sia più razzismo in Italia che altrove?

"Ne ha sofferto, quando giocava da noi, ma non l’ha detto abbastanza. Altri tempi? No, l’ho sempre detto. In Italia c’è un vero problema da questo punto di vista. E quello che mi rende più triste è che lo si accetti. Altrimenti, si sarebbe trovata una soluzione. Esiste un’ipocrisia generale sul razzismo, per cui si dice: non è possibile accettarlo. Ma continua da troppi anni. D’altra parte quello che emerge negli stadi è l’immagine della società. Ma non voglio fare classifiche tra i Paesi: il razzismo esiste ovunque".

Perché?

"Le nostre società si sono costruite sull’idea che essere bianchi è meglio. Come sull’idea che essere uomini è meglio che essere donne. Che lo è essere eterosessuali. Bisogna discutere di tutto questo per cambiare le mentalità. Ogni discriminazione è una costruzione ideologica e politica. La si può superare, sapendo che certe persone non vogliono, perché in questo sistema sono avvantaggiate".

Consiglierebbe a suo figlio Marcus, attaccante al Borussia Monchengladbach che ha appena debuttato  con la nazionale francese, di giocare in Italia?

"Bisogna lasciare ai figli le loro scelte".

Non avrebbe paura di vederlo vittima di razzismo?

"Essere adulti significa confrontarsi con la realtà delle cose. E cercare di capire, per non soffrire".