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Vicepres Uefa: “Nuovo San Siro? Non si può dire no. Il FFP? Non impedisce di investire, ma…”

Marco Astori

Le parole del vicepresidente dell'Uefa

Lunga intervista concessa da Michele Uva, direttore generale della Figc e vicepresidente dell'Uefa, ai microfoni di Milano Finanza. Il dirigente ha affrontato a lungo il tema del Fair Play Finanziario, ma non solo: "Il nostro lavoro in qualità di massimo organismo del calcio europeo è soprattutto prevedere, capire e quindi regolamentare per tempo quale sarà l'evoluzione del nostro sport in un orizzonte temporale da qui al 2030. Da lì discende una serie di compiti che vanno dall'organizzazione delle coppe europee, dove abbiamo appena aggiunto una terza competizione (la Europa Conference League che partirà nel 2021, ndr), al tema delle infrastrutture e degli stadi sino allo sviluppo del calcio giovanile e femminile. E poi ovviamente alla sostenibilità economica del nostro sport, che si riallaccia alle norme sul Financial fair play".

Partiamo da un tema caldo: che cosa pensa di un nuovo San Siro?

"Posto che la decisione spetta al Comune di Milano, che è proprietario del terreno e dell'impianto, credo che il calcio debba guardare avanti e non si possa dire no a priori a un piano che dovrebbe aumentare la stabilità economica dei club, un investimento superiore al miliardo, servizi per gli spettatori e una bellissima riqualificazione dell'area. A Londra hanno abbattuto Wembley, un impianto iconico quanto il Meazza, e ne hanno ricostruito uno nuovo con beneficio per gli spettatori e per la federazione inglese che lo gestisce".

A proposito di questioni finanziarie, qual è il bilancio del Financial fair play?

"I numeri sono chiari. Nel 2011, anno in cui sono state introdotte le norme del Ffp, il risultato netto complessivo dei club delle principali leghe europee era negativo per 1,7 miliardi. Nel 2017 la stessa voce era positiva per 600 milioni. Lo stesso dicasi per il risultato operativo, passato nel periodo da un rosso di 400 milioni a un saldo positivo di 1,4 miliardi. Che il Ffp sia utile al sistema lo chiarisce anche lo studio indipendente realizzato dall'Università Bocconi. Ma le dico di più".

Dica.

"Anche l'introduzione delle licenze nazionali e del Ffp in Italia, cui sono sottoposti tutti i club e non solo quelli partecipanti alle coppe, sta dando frutti. Nel 2014/15 il rosso complessivo dei club professionistici italiani era di 536 milioni, mentre già nel 2016/17 questa cifra si era abbassata a 156 milioni. Con l'utile operativo che si è quadruplicato da 176 a 734 milioni, anche se i prossimi dati saranno peggiori per l'improvviso cambio di strategia di alcuni club.

Ma, al di là delle cifre, l'importanza delle norme finanziarie sta nel fatto che il costante monitoraggio dei conti permette al club che vende un calciatore di avere le certezza che chi compra pagherà. E lo stesso vale per i fornitori. Evitare le insolvenze e un possibile effetto-valanga di mancati pagamenti è uno dei nostri compiti più importanti per salvaguardare il sistema".

Il Ffp ha però davvero favorito i grandi club cristallizzandone il potere?

"Nei bilanci dei club europei le entrate derivanti dall'Uefa pesano in media per il 14%.

Quindi la gran parte della potenza di fuoco finanziario è data dalla capacità di un club di fare investimenti giusti nel momento giusto. Per esempio, il Montpellier vinse il campionato francese a sorpresa nel 2012, si qualificò per Champions League e invece di usare quei proventi per comprare campioni ha costruito un centro sportivo in cui si allena la prima squadra, stabilmente in Ligue 1 con nuovi talenti da vendere. Si consideri inoltre che siamo in un contesto di «economia complementare» da tutelare, intendendo con questo che, a differenza di altri settori, nel calcio i grandi club hanno bisogno dei piccoli per dare vita ai campionati.

Quindi le esigenze delle squadre minori sono complementari per lo spettacolo-calcio".

Tornando al Ffp, non le sembra singolare la maggior tolleranza accordata ai club che hanno appena cambiato proprietà?

"Noi dobbiamo normare un sistema di 55 Paesi, ognuno con una legislazione diversa. E già nelle 27 nazioni Ue le leggi non sono sempre le stesse, soprattutto in materia fiscale. Inoltre dobbiamo tener conto del pregresso per non creare favoritismi nel tempo. Perché i club che sono stati sottoposti a sanzioni nelle stagioni precedenti sono molto attenti al fatto che tutti vengano trattati allo stesso modo, e noi ne vogliamo essere i garanti. Detto questo, le regole del Ffp non sono scolpite nella pietra. Il sistema vive di un continuo feedback tra istituzioni e club e dobbiamo tenere conto dei cambiamenti del sistema. Il punto però è un altro: per quanto riguarda i nuovi entranti, nessuno vuole impedire di investire a chi immette denaro nel sistema, ma dobbiamo essere certi che i nuovi soggetti abbiano credibilità finanziaria e non creino squilibri sportivi e finanziari".