Non c'è nessuno dei giocatori da lui allenati che ne parli male. Josè Mourinho è considerato da tutti il migliore, e nella sua carriere lo ha sempre ampiamente dimostrato. Sul canale ESPN di Sky, per magnificare la figura dello Special One, gli hanno dedicato un ampio documentario in cui l'allenatore portoghese si racconta e viene raccontato da alcuni dei suoi giocatori, che con lui hanno vissuto molteplici momenti indimenticabili. Ecco quanto raccolto da FcInter1908.it:
Mourinho- "Mi sono sentito un vero allenatore quando ho lasciato Barcellona. Fu una decisione pensata a lungo, ma che alla fine presi perché ne ero pienamente convinto. C'erano tutte le condizioni affinché le cose andassero bene. Il mio sogno era quello di vincere da allenatore quello che avevo regalato ai miei capi quando ero assistente. Non avevo mete, numeri e risultati stabiliti, ma avevo dei segni che mi indicavano la strada da seguire ed ero motivato. Dico sempre che la finale di Coppa Uefa è stata la partita più emozionante perché era la prima finale europea, per come abbiamo giocato, per il tipo di squadra che avevamo. Anche se so che dopo aver vinto due Champions League sembra stupido dire che per me la partita più bella è stata la finale di Coppa Uefa. Non scambierei mai la vittoria in una partita con un premio individuale, ma essere il migliore - e io lo sono dal 2002/2003 e lo dico perché è vero - è comunque importante perché vuol dire che sono al top.
Mourinho&Co: "Ecco chi è lo Special One, il genio capace di vincere tutto contro tutti..."
Prima di ricevere il premio come miglior allenatore dell'anno disse: Credo di meritarlo, non sono così umile da dire il contrario. Se non mi premiano quest'anno in cui ho vinto tutto non mi premieranno più. Ci sono stati i Mondiali, ma credo non si possa paragonare il lavoro di un allenatore di una nazionale che gioca 6 o 7 partite in un mese al lavoro dell'allenatore di un club che per vincere 3 tornei deve fare 58 partite. In Italia il premio al miglior allenatore assegnato dai giocatori professionisti l'ho vinto con l'88% dei voti, quello conferito dagli allenatori invece non l'ho vinto.
Rui Faria, quando camminerà con le sue gambe, diventerà il mio successore. Non sono superstizioso, faccio solo quelle cose che mi fanno stare bene, come leggere qualche rigo della Bibbia, telefonare a mia moglie, parlare con i miei figli. In certe situazioni l'intervallo può fare la differenza. Io nel corso del primo tempo prendo delle note su quello che poi dirò ai giocatori proprio durante l'intervallo. Prima della semifinale e della finale di Champions io e i miei collaboratori dormivamo al centro sportivo, ma dire che dormivamo è un eufemismo: divoravamo i video degli avversari. A Madrid , in finale, avevo la sensazione che quello sarebbe diventato il mio stadio e che quella sarebbe stata la mia ultima partita con l'Inter. Ero lì, insieme alla mia famiglia, in una partita significativa e stavo entrando nella storia come uno dei pochi ad aver vinto due Champions con due squadre differenti. Era un sogno per l'Inter e per i suoi giocatori che non avevano mai vinto una competizione come questa. Mi ricordo tutto, soprattutto come ci si sente a vincere una Champions League in questo stadio. Poche ore dopo ho deciso di trasferirmi a Madrid e alcuni giorni dopo sono tornato in questa città come allenatore del Real. Come in un bel film. Lasciare un'Inter che aveva vinto tutto e avrebbe potuto con facilità ancora tre titoli per un difficile impiego forse è stato un rischio. A volte ho fatto delle scelte rischiose ma fa parte del mio essere leader".
Materazzi - "La prima volta che ho conosciuto Mourinho, via sms, è stata appena finita la partita Italia-Spagna, quando siamo stati eliminati all'Europeo ai calci di rigore. Non mi ero ancora tolto le scarpe e già mi era arrivato un suo messaggio in cui diceva che la vita andava avanti e che dovevamo prepararci a vincere con l'Inter perché non serviva pensare all'eliminazione. Quando ha a che fare con il gruppo fa capire cosa vuole da ognuno di noi. Le vittorie, soprattutto quelle storiche, rimangono nel tempo come segni indelebili e rafforzano il legame tra le persone. Alla fine ti fa anche vincere, ma prima ti rispetta e ti tratta come un figlio, come un fratelo maggiore. Intervalli? Era molto duro, lo faceva per stimolarci e per farci fare di più. Ci è sempre riuscito. E' un uomo duro e forte che però ha un cuore. Si butterebbe nel fuoco per chi dà tutto per lui. L'ultimo momento è stato quello più toccante. Sapevo che sarebbe andato via. Lui faceva parte di una famiglia, lui era il capobranco. La vita però deve andare avanti, ma dentro di me rimane il fatto che lui è stato speciale, l'allenatore migliore che ho avuto".
Zanetti - "Riesce a trasmettere a tutti la sua grande personalità, il suo modo d'essere, il suo metodo di lavoro così originale e la squadra poi lo dimostra sul campo da gioco. Un momento storico fu durante il derby contro il Milan. Vincevamo 1 a 0 e lui voleva sostituire Pandev".
Mourinho prosegue il racconto: "Eravamo in 10, ci era stata assegnata una punizione come l'avevamo provata più volte in allenamento, dissi al quarto uomo di non voler fare la sotituzione prima di averla battuta".
Conclude il racconto Zanetti: "Pandev tirò la punizione e segnò il gol del 2 a 0. Mourinho si girò verso di noi dicendo che aveva ragione e che quel gol era suo".
"La finale è stata emozionante per tutti, è stato come realizzare un sogno. Aspettavo quel momento da 15 anni e avere il privilegio, in quanto capitano, di sollevare quella coppa per me è stato molto importante. Anche i momenti successivi sono stati molto emozionanti perché mi ricordo che nel bel mezzo dei festeggiamenti sono andato ad abbracciare Josè e l'ho ringraziato per i due anni insieme, sapendo che aveva preso la decisione di andare a Madrid. Mi ricordo che ci siamo abbracciati e abbiamo pianto entrambi. Il gruppo ha sempre risposto bene e questo dimostra quanto Mourinho vale come persona, al di là del calcio e questa è una bella cosa che lo sport ti lascia".
Stankovic - "Ricordo il primo allenamento. Arrivavo da un periodo difficile e Josè era il nuovo allenatore. Dopo un discorso di cinque minuti con lui potevo spaccare il mondo, ma solo per lui. E' stato un grande, è riuscito a farmi imparare cose che a 29/30 anni credevo di sapere già. Lui ti entra nella testa e sa come sei fatto caratterialmente. Ti prende molto, vuole tantissimo. E' uno furbo e ti lascia pure. Per lui dai il 120% ed è speciale, non è un caso se lo chiamano The Special One. Avevamo già vinto lo scudetto, mancavano poche giornate al termine del campionato e Josè mi disse: 'Avevi promesso a tua moglie di portarla a Dubai, vai la prossima settimana e non venire ad allenarti perché hai lavorato tantissimo per me, per la squadra e ti regalo sette giorni, vai con la tua famiglia' ".
Milito - "A volte sono di parte quando parlo di lui perché nutro profondo affetto e ammirazione per lui come allenatore. Contro il Cagliari stavamo perdendo 1 a 0 alla fine del primo tempo e Josè mi lanciò una sfida. Mi ha incoraggiato molto, ho segnato due gol e abbiamo vinto la partita. L'abbraccio finale, l'emozione di aver realizzato qualcosa di unico come abbiamo fatto qui in Italia e come nessuna squadra era riuscita mai a fare, sono state cose bellissime. Dopo aver avuto Josè come allenatore e aver realizzato quello che avevamo realizzato, quell'anno è stata una grande sfuda riuscire ad adattarsi rapidamente al nuovo allenatore".
C.Ronaldo - "Mi piace molto come parla ai giocatori. Adoro lavorare con lui e spero di poter vincere molto insieme a lui. Lui è diverso dagli altri, studia meglio il gioco, conosce i punti deboli e i punti forti di tutti i giocatori di tutte le squadre. I giocatori scendono in campo con la sicurezza di sapere tutto dei giocatori avversari. Quando giocavo contro di lui, infatti, avevo difficoltà ad imporre il mio gioco, fortunatamente ora lavoriamo insieme. Il mio obiettivo è sempre stato quello di lavorare con i migliori e lui è il migliore, mi sento realizzato a giocare nella sua squadra, non perché è portoghese, ma perché sono sicuro che proveremo a vincere qualcosa con questo club".
Drogba - "E' speciale perché dice 'sono venuto per vincere' e vince! Spesso molti allenatori dicono 'ci provo, è difficile', per lui invece è diverso, se viene è per vincere. Se un giorno non giocavo bene veniva e mi diceva 'Didier, oggi non sei stato bravo' e allora io mi impegnavo di più. Come motivatore è il migliore. Mi ha detto che se volevo diventare un grande attaccante come Henry e Van Nistelrooy ad esempio, dovevo andare in Inghilterra, al Chelsea e oggi mi sento fiero perché grazie a lui sono arrivato al livello di quei giocatori. Fa riposare i calciatori, ma quando tornano dice: 'devi giocare per me, fammi vedere che sai fare' e il giocatore è motivato, vuol fare bene così la prossima volta avrà due giorni di riposo in più. Non ero preparato all'idea che potesse andare via. E' stato come in un film. Gli inglesi hanno capito di aver perso un grande personaggio. Ho fatto fatica a giocare dopo la sua partenza".
Lampard - "Quando è arrivato al Chelsea ha trasmesso la sua sicurezza e il suo carattere a me e a tutte le persone che lo circondavano. E' stato il primo allenatore con cui ho sentito di poter parlare della mia vita privata, della mia ragazza, dei miei figli. Questo l'ha reso molto umano. Mi rispettava come persona, a volte rideva di me, a volte mi aiutava. Ha creato una bella atmosfera. A volte è duro con le persone, ma per lui le cose importanti sono lo spirito di squadra e il gruppo. Al Chelsea tutti i giocatori lo amavano e lo rispettavano e non solo quelli che giocavano ogni settimana, anche quelli che non giocavano mai. Quando è andato via per me è come se fosse andato via un amico, è stato un giorno molto intenso".
Terry - "Un giorno mi ha detto che ero il miglior difensore al mondo e la mia autostima è aumentata tantissimo. Prima di partite difficili, quando magari noi pensavamo che era dura, lui ci diceva 'oggi vinciamo 2 a 0' e vincevamo davvero. Era come se sapesse già tutto".
Rui Faria (suo assistente) - "Uno come lui è impossibile clonarlo. Dalla prima vittoria ad oggi la sua voglia di vincere è rimasta inalterata. La sua motivazione e gli obiettivi che si pone costringono chi lavora con lui ad impegnarsi allo stesso modo. Gestisce le risorse umane intorno a lui in modo molto intelligente. Non ha problemi a relazionarsi con i giocatori perché sa che non perde la sua autorevolezza come invece credono molti. Non so se è un pregio o un difetto, ma non sa perdere e non vuole perdere".
Peter Kenyon (dirigente Chelsea) - "Credo che se chiedessero a Mourinho qual è stato il periodo più significativo della sua carriera credo che risponderebbe che è stato quello al Chelsea. Prima la Premier League si giocava tra Arsenal e Manchester United, ma poi è arrivato lui. Io e Roman Abramovich sapevamo che era l'uomo giusto per noi. Era un nuovo genere di allenatore: tecnico, metodico, ma aveva capito come si costruisce una squadra in modo appassionante per tutti. I giocatori del Chelsea non avevano vinto niente, ma lui li ha trasformati in vincitori".
Jorge Mendes (procuratore) - "Mourinho è un genio e tutti i suoi giocatori, proprio tutti, dicono che lui è un genio. E' il miglior allenatore di tutti i tempi".
Maradona - "Andai a vedere l'Inter quando c'era lui. Mentre parlavo con Julio Cesar si avvicinò a me, mi disse che era a mia disposizione per qualsiasi cosa, mi trattò benissimo e io non lo conoscevo nemmeno. Questo mi ha fatto capire che persona è. E' il Maradona degli allenatori, è uno dei migliori".
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