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Ex Inter, Bolzoni: “Da quel cambio per Figo a Mancini e Mourinho: vi dico tutto”

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Le parole dell'ex nerazzurro: "Alla festa di fine anno della Primavera però mi vidi arrivare Mourinho che mi disse che mi voleva in prima squadra"
Marco Astori Redattore 

Francesco Bolzoni, ex calciatore dell'Inter, ha concesso una lunga intervista ai microfoni di Sportitalia. Il centrocampista ha ripercorso così la sua esperienza nerazzurra: "Andava tutto di corsa, feci fatica a vivermi quei momenti. Dal finire la stagione a giugno con gli Allievi Nazionali mi ritrovai ad agosto con la Primavera e poi catapultato ad ottobre ad allenarmi con la prima squadra. Tre mesi prima pensavo: “Chissà dove finirò”. Al tempo avevano tolto la Berretti, quindi se non venivi scelto per la Primavera potevi andare alla Pro Sesto”.

E invece Mancini ti cambiò la carriera?

“Mancio mi convocava spesso e mi fece esordire in Coppa Italia, poi in Champions League. Con la Lazio nella semifinale d’andata di Coppa Italia si fece male Figo al 20′, vidi Mancini chiamare proprio me: chi se lo aspettava? E poi feci anche la finale di Coppa Italia da titolare…”.


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Ti tremarono le gambe?

“No, erano cose naturalissime per me. Non sentivo questa pressione, era tutto normale. Tornavo a casa e con nonchalance dicevo ai miei genitori cose come: “Oggi è andata bene dai”, dopo aver calcato il terreno di San Siro. Quel lato del mio carattere mi ha aiutato in quella fase a gestire una cosa che poteva essere più grande di me che ero un ragazzino, magari in altre situazioni invece mi ha penalizzato”.

In quali?

“Quando ho giocato in squadre dove le pressioni e le motivazioni le dovevo cercare da me quel lato del mio carattere mi ha fatto faticare di più”.

In questo Mancini quanto è stato bravo a toglierti pressioni?

“Mancini nel giovane non guarda tanto la qualità tecnica o fisica, quanto quella mentale. Hai personalità? Devi giocare in prima squadra come se fossi all’oratorio. Per lui ero un giocatore che non sentiva la pressione, questa era la qualità migliore dal suo punto di vista. Mi diceva: ‘In Primavera ti senti il più forte di tutti, in prima squadra devi fare la stessa cosa’. Poi mi sgridava, era esigente, ma la stessa cosa la faceva anche con l’Ibrahimovic di turno. Questo ti caricava. Mancio con i giovani è il migliore, senza di lui non so se sarei stato il Bolzoni di cui tanti si ricordano, nonostante sia rimasto poco lì. Gli devo tanto”.

Con Mourinho sei stato più ai margini, ma è lui che ti ha fatto fare l’esordio in A.

“Avevo concluso un anno nel quale mi allenavo con la prima squadra e poi giocavo con la Primavera. Mi ero convinto che poi sarei andato via, per giocare. Alla festa di fine anno della Primavera però mi vidi arrivare Mourinho che mi disse che mi voleva in prima squadra. Mi sono fatto proprio ammaliare, avevo 19 anni”.

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E poi?

“A gennaio 2008 volevo andare via a tutti i costi (ride, n.d.r.). José mi chiama nel suo ufficio avendo sentito di qualche rumors di squadre di categorie inferiori che mi volevano. “Sì mister, non vorrei perdere il treno dell’Olimpiade…” – gli confermai. E lui: “Se tu vai in squadra di mer*a, con campi di mer*a, diventi un giocatore di mer*a””.

E sei rimasto ancora.

“Ovvio, che gli dovevo dire (ride, n.d.r.)? Poi oltre a José, c’era Rui Farias, il suo fidato collaboratore, che stravedeva per me e soprattutto Lele Oriali che spingeva davvero affinché io avessi una chance. Nel momento in cui cominciavo a scalare le gerarchie mi sono fatto male al ginocchio: non eravamo sicuri di fare l’operazione, aspettammo dunque fine anno. E lì arriviamo all’esordio”.

Con il Cagliari, finalmente.

“Giocai con il ginocchio mezzo andato. Il giorno dopo la partita mi sono operato. Ecco perché è stata una emozione a metà, diciamo che le prime in Champions e Coppa Italia le ricordo con più affetto”.

Arriva la separazione dall’Inter, nell’ambito dell’affare che porta Milito e Motta a Milano. Che ricordi di quell’estate?

“A Genova ho fatto il ritiro con Gasperini, non una passeggiata diciamo! Io sapevo che lì avrei trovato poco spazio, così andai al Frosinone. Nei primi sei mesi non sapevo giocare a calcio, ma nel girone di ritorno sembravo un trattore. A fine anno arriva la mia prima sliding doors della carriera, che ha come giudice Migjen Basha”.

In che senso?

“Se lui avesse deciso di andare al Siena, io sarei andato all’Atalanta, e viceversa. Ha deciso per la Dea, così mi sono ritrovato il giorno dopo al Siena”.

Ti è andata bene, visto che hai incrociato Conte che ti ha tirato fuori il meglio, no?

“Assolutamente. Abbiamo ottenuto la promozione, Antonio mi ha plasmato nel tipo di giocatore che sarei voluto essere nella mia carriera e che sono riuscito ad essere solo a tratti. E’ stato importante per me: con i suoi modi bruschi mi coccolava. Puntava su di me, penso che rivedesse qualcosa di sé, in me, mi diceva che per lui ero al 50% di quello che potevo essere, che avrei fatto una grande carriera”.

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