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Il Giornale - Italia, Mancini minestra riscaldata che certifica 3 cose. Per di più...

Gianni Pampinella
Marco Zucchetti del Giornale commenta la scelta di Malagò di puntare su Roberto Mancini per la Nazionale

Niente Guardiola e soprattutto Pirlo. Alla fine Malagò ha deciso di ripartire da una vecchia conoscenza, Roberto Mancini. Sarà l'ex allenatore dell'Inter il c.t. che proverà a far rialzare la Nazionale. Non tutti sono d'accordo con la scelta di puntare sul Mancio bis. "Alla fine, nel Paese della pastasciutta, la minestra riscaldata non passa mai di moda. Seda le liti familiari, è facile da preparare, riporta coi piedi per terra chi finge di apprezzare gli stellati solo perché fa chic. La realtà è che cucinare davvero è faticoso, l’ignoto spaventa, avventurarsi è bello solo se non si ha nulla da perdere. Riscaldare la minestra rimanda il problema: palla in tribuna e sospiro di sollievo fino al prossimo pericolo", si legge sul Giornale.

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"Roberto Mancini è stato un buon ct, l’unico a vincere qualcosa (l’Europeo pandemico) dal 2006. Ma oggi è anche una minestra riscaldata, per di più riscaldata nel torrido deserto arabo, dove nel 2023 decise di sgattaiolare a guadagnare 25 milioni l’anno. Quel tradimento, l’ultimo cucchiaio della minestra originale, nauseò per i modi e l’opacità, nonché per il fatto che dopo lo spareggio perso con la Macedonia non fece neppure il gesto di dimettersi".

"Riaffidarsi a Mancini oggi certifica tre cose. La prima è che la morale è solo l’arma con cui facciamo a pezzi chi non ci va a genio: se uno sponsor russo è un ostacolo etico insormontabile, le dimissioni dall’Azzurro sulla spinta dei petrodollari di Bin Salman non lo sono. Si dice che «Mancini si è pentito e ha chiesto scusa»: tutto è perdonato con un Pater e due Ave Maria. La realtà è che Pirlo non piaceva per altri motivi, i legami con Mosca erano solo scuse".

"La seconda è che Tomasi di Lampedusa è il nostro Gigi Riva: «cambiare tutto per non cambiare nulla» andrebbe ricamato sul colletto della maglia azzurra. Non smuovere gli equilibri politici, affidarsi a un direttore tecnico di 74 anni dopo aver sproloquiato di Lamine Yamal e del coraggio degli altri che credono nei giovani, quando noi in fondo non crediamo neanche nella mezza età".

"Infine, la certificazione del carattere nazionale: a noi le rivoluzioni piace vederle al cinema, da vicino fanno senso (e paura). Le riforme si annunciano, non si fanno. Del tiki-taka si discetta, ma poi catenaccio, segni di croce e palla al centravanti. Programmare stanca, la Restaurazione anestetizza, la minestra riscaldata fa bene. Punto. E pazienza se il gusto è triste come un pranzo in ospedale".