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Samp-Inter, Stankovic: “Fiero di essere qui. Alla squadra ho detto una cosa. Quando…”

Gianni Pampinella

Nonostante una situazione complicata in campo e fuori, Dejan Stankovic non ha nessuna intenzione di mollare. E domani arriva l'Inter

Domani l'Inter scenderà in campo a Marassi dove affronterà la Sampdoria. Gara importante per entrambe le squadre che lottano per obiettivi diversi. I blucerchiati sono in fondo alla classifica e hanno bisogno di punti. Situazione non facile anche fuori dal campo per le questioni societarie, ma Dejan Stankovic non si arrende: "Sono fiero di essere qui. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Sarebbe bastato un attimo: “Non ce la faccio, vado via”. Invece il buon marinaio non si vede con il mare piatto, ma quando è in tempesta. Le dirò di più. Sarei venuto qui anche se la Sampdoria fosse stata in una situazione peggiore. Mai avrei potuto dire di no. Lottare ti fortifica, e ogni giorno vado sempre più fiero dei miei ragazzi. Il mio primo giorno qui dissi alla squadra: “La maggior parte delle volte mi servirà l’uomo, prima che il giocatore. Ecco, posso garantire che qui ho degli uomini»", dice Deki alla Gazzetta dello Sport.

E’ difficile far «scoccare la scintilla», come dice sovente lei, quando tante volte vi è mancato il lieto fine nelle partite?

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«Si accetta la sconfitta, si accetta il pareggio al 99’ (a Monza, n.d.r.). Penso a quella partita di Empoli, quando ci è stato annullato un gol re-go-la-re (lo dice sillabando la parola, n.d.r.), su un assist di Audero e tutta la squadra ha attraversato il campo per festeggiare. Lì mi hanno ucciso emotivamente. Quel punto non mi avrebbe fatto retrocedere o salvare, ma il suo valore a livello mentale sarebbe stato grande, una botta di adrenalina preziosa».

La Sampdoria è ancora padrona del suo destino?

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«La classifica dice dove siamo. Possiamo analizzare il gol annullato contro Empoli, il pari del Monza al 99’, l’episodio di Udine... Sono 3-4 punti in più che avremmo meritato, ma non facciamo calcoli. Ogni gara sarà come l’ultima. Ora stiamo di sicuro dando il massimo».

La svolta è stata il ritiro in Turchia?

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«Due settimane insieme a lavorare, isolati da tutto, abbiamo fatto il salto di qualità. Là siamo diventati una squadra».

La vicenda societaria vi nuoce?

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«Le faccio io una domanda. Secondo lei posso fare qualcosa sotto questo aspetto? Risposta: penso di no. Perché incazzarsi, dunque? Il mio compito è proteggere il più possibile i ragazzi dal mondo esterno. Immagini un teatro: i ragazzi sono in prima fila seduti in platea, dove prima stavo anche io. Ma ora sono dietro le quinte e so che fra poco lo sfondo cambierà. Dunque, alla squadra dico di non arrabbiarsi e di non perdere tempo. Quando ero alla Lazio sono passato dal piano Baraldi, una fase di transizione, ma poi la situazione si è sistemata e la Lazio è ripartita».

Torniamo al punto di partenza: saper cogliere l’attimo.

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«Quando ho smesso mi è venuto a mancare lo spogliatoio. La corsa, no: ne ho fatta così tanta... ma è la quotidianità di un mondo che ha purtroppo una data di scadenza a venir meno. Ai ragazzi dico: vivete per non dovervi pentire di nulla, la carriera è breve. Con loro scherzo facendo il mio esempio. Sono diventato padre a ventidue anni. E quanto sia passata veloce la carriera me lo hanno fatto capire i figli, quando sono passati da “ciao papino”, a “ciao pa’, com’è?”. Lì ho compreso che erano grandi e la carriera era volata. Sinisa ed io siamo cresciuti in realtà diverse. Io rispetto troppo la vita per incazzarmi e mollare perché non fatto un gol, o l’ho preso. Soffro come un cane, sì, ma mi passa e mi dà l’energia per ripartire. Le dico questo: a Monza, negli ultimi dieci minuti, mi sono seduto in panchina per godermi la squadra. E mi sono detto: “Comunque vada a finire, ho già vinto”».

Dovrete affrontare tutte le grandi fuori casa al ritorno, a parte l’Inter domani.

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«Se mi facesse una domanda da un milione di euro, non saprei dirle il calendario dopo Inter, Bologna e Lazio. Mi fermo alle prossime due partite. Stavolta arrivo a tre con la Lazio, e solo perché a Roma dovrò andare a portare un ricordino da mio “fratello” (Mihajlovic, n.d.r.)».

(Gazzetta dello Sport)