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Zazzaroni: “Mourinho è riuscito a rovinare parzialmente ancora una festa interista”

Marco Astori

L'analisi del direttore del CorSport: "I Friedkin hanno spiazzato tutti - ma proprio tutti - con un’americanata, il dribbling vincente dell’intuizione e del decisionismo"

Tra le pagine dell'edizione odierna del Corriere dello Sport, Ivan Zazzaroni, direttore del quotidiano, ha dedicato un focus sull'approdo di Jose Mourinho sulla panchina della Roma: "Il paradiso out of the blue: all’improvviso. Il paradiso come stato dell’anima, luogo della speranza e del desiderio, fors’anche dell’illusione di una ritrovata grandezza e di una nuova centralità; grandezza e centralità che soltanto Mourinho, Guardiola e Zidane sono in grado di promettere oggi. E allora «daje», là dove un giorno fu «io non sono un pirla», e ancora ce lo raccontiamo. La Roma, là dove nel 2008 fu l’Inter e nel 2010 il triplete. E l’entusiasmo, là dove fino a ieri regnavano l’amarezza e la depressione, e le parole più ricorrenti erano esonero, dimissioni, fallimento.

I Friedkin hanno spiazzato tutti - ma proprio tutti - con un’americanata, il dribbling vincente dell’intuizione e del decisionismo: hanno abbandonato la pista Sarri per sviluppare a Londra e completare a Roma un’operazione che sembrava irrealizzabile e alla quale non hanno partecipato né lo storico procuratore e amico dello Special One, Jorge Mendes, né Frank Trimboli, l’agente che lo introdusse al Tottenham.

Mourinho ha fatto il Mourinho, è riuscito a rovinare - solo parzialmente, intendiamoci - per la seconda volta una festa interista: la prima, nella notte di Madrid, quando lasciò, fresco di Champions, e tra le lacrime di Materazzi. Anni prima aveva fatto la stessa cosa al Porto, tra coppa, gioia e tradimento. Mou non è semplicemente un tecnico: è un’icona e un fior di comunicatore, è star perfino nelle difficoltà, anche quando il rapporto con il successo sembra essersi incrinato e i giornali parlano di fine di un mito, di viale del tramonto imboccato. Ma Mou non può essere Gloria Swanson: ha soltanto 58 anni, quattro più di Allegri e Klopp, sei più di Conte, otto più di Guardiola, quattro meno di Ancelotti.

In queste ore ha spaccato nuovamente in due il mondo. Del resto, Mou non ha mai cercato, né alimentato consensi: è volutamente e scientificamente divisivo. E ha sempre investito sul senso di appartenenza (l’appartenenza del momento): da una parte ci sono i romanisti che guardano al suo arrivo come a eccezionali aperture di credito, ad acquisti super, alla legittimazione di ambizioni e sogni. E dall’altra gli avversari e gli osservatori più diffidenti che lo segnalano bollito, superato.

Di certo, per la prima volta nella sua storia recente Mourinho ha scelto di rischiare: ha troppa voglia di allenare e di misurarsi su territori complicati. Così come Roma. Solo Franco Sensi, criticato dai pirla (d’ora in avanti termine lombardo romanizzato) aveva osato mortificare il proprio ego per avere un grande, Fabio Capello, con il quale andò a scudetto a colpo sicuro, fornendo al suo popolo gloria fresca e gaudiosa come le forme di Sabrina. Immagino che Friedkin padre, ammaliato da Roma e dalla Roma, una figlia indifesa, si sia posto un semplice interrogativo: «Chi è il meglio per fare il meglio?». Ripeto: l’ha chiesto a se stesso. E si è dato la risposta migliore. E adesso l’amico romanista mi scrive: «Bravissimi i Friedkin! Non vinceremo lo stesso, ma è un grande segnale».