Inter, finalmente lo sfogo di Marotta. Il Var? Gli arbitri hanno paura, ecco perché

Gavillucci, ex arbitro, spiega in maniera molto efficace perché i fischietti temano la tecnologia

di Sabine Bertagna, @SBertagna

Perché il Var ha smesso di funzionare? Non è solo un problema dell’Inter (anche se l’Inter lo vive in maniera più decisa sulla sua pelle, purtroppo), ma un problema di tutto il campionato e del nostro calcio. C’è una differenza abissale tra l’utilizzo della tecnologia nel momento in cui fu introdotta e l’utilizzo sporadico che se ne fa oggi. Oggi il Var non si accende più o lo fa in rari casi. Le giustificazioni non reggono. Non è la verità, quella che cercano di raccontarci.

Il problema vero è che la classe arbitrale ha paura di utilizzare il Var. Il Var è lì a testimoniare che loro sono tutto fuorché infallibili, che sbagliano e che i loro errori condizionano partite più o meno importanti. Condizionano il campionato. I loro errori finiscono sulle pagine dei giornali, vengono analizzati e rianalizzati nelle moviole televisive. Un nastro che si riavvolge inesorabilmente. Gli arbitri vengono presi di mira, diventano protagonisti. E si sa che l’Aia mal digerisce il troppo rumore. È una questione storica. Ma è anche e soprattutto una questione di carriera. L’arbitro è una professione dagli orizzonti poco sicuri. A certi livelli essere lì e dirigere partite importanti rappresenta un azzardo. La conquista di un equilibrio perennemente in bilico. Senza garanzie. Con un futuro che si può compromettere da un momento all’altro. Da un errore all’altro.

Lo spiega perfettamente Claudio Gavillucci, ex arbitro, nel suo libro. Gavillucci riceve una lettera di richiamo di Rizzoli che evidenzia come l’uso del Var infici la valutazione della prestazione. Nella missiva Rizzoli parla di efficace intervento del Var, che va a correggere le iniziali decisioni dell’ex fischietto. E conclude confidando che “ritorni immediatamente sugli standard consoni alla categoria e alla sua esperienza”. No, se il Var interviene l’arbitro che ha sbagliato non è per niente felice. E nemmeno i vertici dell’Aia lo sono. Tutto ha una conseguenza.

“È una correzione che sa di sconfitta”, scrive Gavillucci. “Ammettere di aver preso un granchio e pagarlo sulla propria pelle è come ammettere che ristabilire la verità del campo è un disonore e non un merito”. E poi ancora: “Chiedere l’aiuto della tecnologia è considerato comunque un errore, il cui prezzo da pagare è una variabile decisa dall’osservatore che spesso non ha mai utilizzato il Var e non ha mai arbitrato in serie A”. In poche parole, gli arbitri devono scegliere se salvare le proprie carriere o riconoscere l’errore. Cosa potrà mai andare storto, in un sistema così strutturato?

 

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