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Schelotto: “Chivu straordinario, come con me nello spogliatoio. Moratti? Mi chiamò per…”
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Da calciatore a vicepresidente, senza mai lasciare lo spogliatoio. Ezequiel Schelotto oggi a 37 anni vive una seconda vita all'FC Paradiso, club svizzero dove gioca ma allo stesso tempo si occupa di contratti, mercato e gestione societaria. "La mattina entro con le scarpe da calcio, poi metto la divisa", ha raccontato a Fanpage.it.
Schelotto è tornato poi sul suo passato in nerazzurro: "Il gol nel derby? Uno dei momenti più belli, sì. Ho fatto l'esordio a San Siro nel derby con novantamila persone, l'Inter giocava in casa. Mamma, papà e i miei fratelli erano allo stadio. Alla prima palla che tocco faccio gol. Il giorno prima, alla Pinetina, abbiamo fatto una scommessa con Ricky Alvarez. Ci siamo detti: ‘Il primo che entra e fa gol si fa un tatuaggio'. Gli ho anche dato la mano, ma stavamo scherzando. Il giorno dopo, chiedo ad Alvarez il numero di un tatuatore, sono andato a Milano e ho mantenuto la promessa. Ora il 24 febbraio 2013 sarà sempre parte di me".
C'è qualche aneddoto del tuo periodo all'Inter che conservi?
"Ricordo il primo giorno: io ero sempre abituato ad arrivare un'ora prima al campo. Quindi, per fare bella figura all'Inter, arrivo due ore prima, pensando di non trovare nessuno. Invece, alla Pinetina mi aspettano Massimo Moratti e il team manager, che all'epoca era Ivan Cordoba. Mi accompagnano fino agli spogliatoi, Moratti però si ferma e mi dice: ‘Qui io non entro, questo è il vostro spazio'.
Ero arrivato all’Inter, avevo ventidue anni, mi sono spogliato tra Zanetti e Stankovic. Li guardavo e dicevo: ‘Ma Ivan (Cordoba, n.d.r.) mettimi nel posto più buio e lontano, in un angolo. Invece no, proprio in mezzo a Zanetti e Stankovic!'. Li ho salutati: loro si alzavano e io mi alzavo, loro si sedevano e io mi sedevo, ma stando sempre in silenzio. Poi siamo andati in palestra e lì ho capito che campioni fossero. Avevano vinto il Triplete due anni prima, ma avevano una grande umiltà. E parliamo di gente come Sneijder, Stankovic, Samuel, Milito, Cambiasso, Chivu, Zanetti e Lucio, che avevano vinto praticamente tutto".
Ti ha colpito il loro modo di fare?
"Volevano continuare a vincere, quello mi è servito per essere il giocatore e l'uomo che sono oggi. Ho imparato tantissimo da loro. Ma ci sono anche tanti episodi divertenti, come quando Nagatomo non capiva una parola di italiano e Cassano e Sneijder gli insegnavano le parolacce, spacciandole per termini come buongiorno, buonasera e grazie. Lui insultava le persone che passavano e la gente non capiva perché Nagatomo le stesse insultando (ride, n.d.r.)".
E com'era il tuo rapporto con il presidente Moratti?
"Il primo giorno mi ha accompagnato alla Pinetina, non c'era bisogno ma sentiva l'obbligo di farlo perché, al di là di essere un presidente, era come se fosse un secondo papà. Tutti ti diranno che scendevano in campo e giocavano anche per lui, vincevano grazie a lui, che dava veramente tutto. Il secondo giorno all'Inter mi chiama al telefono, pensavo di aver combinato qualcosa. Mi chiede ‘Mamma e papà stanno bene? Hai bisogno di aiuto per il trasloco? Ti hanno dato la macchina?'.
Voleva sapere se fosse tutto a posto, aveva detto alle persone del club cosa fare, ma voleva accertarsene di persona. È quello che faccio anche io qui al Paradiso, ho imparato tanto da lui. Dopo il gol al derby mi ha detto: ‘Guardati intorno, adesso la gente ti riconoscerà e sarai nella storia dell'Inter'. Gente come lui, o Percassi dell'Atalanta, sono persone che non ci sono più nel calcio italiano purtroppo".
Hai giocato con Chivu: avevi già capito che potesse diventare un allenatore?
"Non in così poco tempo. Quando era allenatore delle giovanili dell'Inter l'ho incontrato a San Siro e mi aveva già detto che voleva un'esperienza più importante dopo aver allenato i ragazzi per tre anni. Era già pronto per fare il salto. Il problema è che lo ha fatto nell'arco di un anno e mezzo e si è ritrovato a vincere campionato e Coppa Italia al primo anno con quella squadra: è gratificante.
Cristian nello spogliatoio era uno che non mollava mai e che dava consigli ai giovani come me. Quelle stesse cose le sta facendo con i suoi giocatori dell'Inter, lui si sente ancora calciatore, è come se fosse uno di loro. Chivu è un esempio da seguire, ha fatto qualcosa di straordinario. In pochi avrebbero accettato una patata bollente come l’Inter, perché dopo quello che aveva fatto Simone Inzaghi era dura. Lui non solo ha accettato, ma ha anche vinto".
Nello stile, nelle esultanze e nelle conferenze, ti ricorda un po' Mourinho?
"Sì, lui l'ha anche avuto come allenatore. Per me Mourinho è il più forte al mondo, ci ho parlato tante volte e ogni cosa che ti dice poi succede. Prima della partita ti dirà esattamente cosa accadrà in campo. Ti dice quello che fa la squadra avversaria, cosa devi fare tu. Ti dice: ‘Tu fai così e vedrai che vinciamo'. E puntualmente si verifica. Cristian secondo me un po' ci ha messo dal suo, ma ha appreso da un allenatore come Mourinho e dagli altri che lo hanno allenato. Di lui mi piace che, a differenza di molti sui colleghi, non dà mai colpe a nessuno, non scarica tutto sui giocatori. ‘Attaccate me, ma lasciate stare i giocatori'. E questo ti dà una carica in più quando vai ad affrontare le partite".
Ti ricordi qualche curiosità negli incontri con Mourinho?
"Doveva portarmi al Tottenham ai tempi del Brighton, avevamo valutato la possibilità di giocare lì, ma non è andata a buon fine. Mi ricordo una partita, era il mio primo anno al Brighton, e stavamo giocando i quarti di finale di FA Cup in casa del Manchester United. Prima di arrivare in Inghilterra avevo avuto come allenatore Jorge Jesus allo Sporting, anche lui portoghese. Vado a prendere una rimessa laterale ma viene a bloccarmi il braccio perché c'era Rashford a terra.
Io non avevo capito chi fosse e mi giro dicendo: ‘Adesso ti ammazzo'. Poi mi sono accorto che era il mister e gli ho chiesto scusa. E lui, per tirarmi fuori dalla partita, mi chiede: ‘Chi è meglio tra me e Jorge Jesus?'. Io non capisco, ma lui insiste e gli rispondo: ‘Sei tu José'. Ma così, dal nulla, ci siamo fatti due risate. Lui è uno spettacolo, è il numero uno".
Come mai il Real Madrid ha preso lui e non un allenatore della nuova generazione?
"Florentino Perez è vecchia scuola, ci ha provato con allenatori giovani ma non è andata bene. Mourinho ha avuto alti e bassi, ma serve uno come lui che conosce la piazza e sa gestire uno spogliatoio di campioni. Lo ha fatto all'epoca e lo farà anche adesso".
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