FC Inter 1908 News Rassegna stampa Bergomi: "Io e Baresi molto simili. Al nostro ultimo incontro sono riuscito a fargli un regalo"

Bergomi: "Io e Baresi molto simili. Al nostro ultimo incontro sono riuscito a fargli un regalo"

Andrea Della Sala
Le parole di Bergomi che tracciano il ricordo della leggenda del Milan, Franco Baresi

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Sulle pagine de La Gazzetta dello Sport, lo storico capitano dell'Inter Beppe Bergomi ha ricordato Franco Baresi, scomparso ieri.

"La nostra immagine olimpica è diventata storia, rimarrà per sempre tra le più belle delle nostre vite. Lì, nella nostra casa, in quel momento tutto diventava speciale: era un riconoscimento per entrambi. Prima di quel 6 febbraio avevamo, comunque, fatto alcune prove. Nel primo giorno Franco si è presentato, nel secondo no. Mi ha chiamato e detto: «Guarda, Beppe, non me la sento...». Era molto stanco. Il giorno dell’inaugurazione eravamo lì entrambi sei ore prima e lui è rimasto in silenzio per tutto il tempo. Gli dicevo: «Franco, vado fuori a vedere...». E lui: «No, no, io sto qua». Non è mai stato un tipo di tante parole, però lo vedevo emozionato. A un certo punto ci dissero che dovevano metterci l’auricolare, ma lui voleva che lo guidassi solo io: eravamo agganciati tutti e due, vicini in un momento bellissimo. Ci teneva tanto ad avere la torcia con sé, come ricordo della serata, e mi sono impegnato per accontentarlo. Alla fine, ci sono riuscito nell’impresa e gliel’ho consegnata a fine giugno, in un bar vicino a casa, un covo di interisti in cui si sentiva a casa. Scherzavo, dicendogli che doveva frequentare il mio bar che, invece, è pieno di milanisti. Purtroppo, è stata l’ultima volta in cui ci siamo visti. Era fragile, con un filo di voce, e con sofferenza e dignità, riferendosi alle cure, mi disse semplicemente: «È lunga...». Nelle settimane successive ci ha pensato suo fratello Beppe, mio compagno e amico per la vita, a darmi informazioni, per quanto possibile. Gli ultimi giorni, poi, sono stati particolarmente tristi".

"La prima volta l’ho visto, invece, tantissimi anni prima: andavo a San Siro a guardare le partite di Inter e Milan e Franco, tre anni più vecchio di me, già giocava. Nei primi anni di carriera i due fratelli Baresi vivevano insieme in un appartamento. Io avevo diciassette anni e Beppe, assieme a Carletto Muraro, mi dava spesso dei passaggi a casa per non farmi aspettare troppo il pullman. Pensate che è stato lui, il più grande dei Baresi, a farmi il primo nodo alla cravatta della vita perché da solo non ero capace. Una sera, però, Beppe mi disse: «Vieni a dormire da noi, c’è anche Franco...». In quel periodo facevamo anche una pubblicità insieme, noi tre, per una marca di giubbini e ci vedevamo spesso fuori dal campo. Si usciva a mangiare insieme, si stava con la stessa compagnia. Nel mio primo derby, 6 settembre 1981, 2-2 in Coppa Italia, segnai pure e c’era Franco dall’altro lato. Nelle battaglie sul campo, però, siamo stati sempre lontanissimi: potevamo concederci giusto una stretta di mano e un abbraccio all’inizio, soprattutto quando eravamo capitani, poi non ci si incrociava più, ognuno a difendere la propria area. Con Paolo Maldini qualche volta sulla fascia ci si scontrava, ma con Franco no: eravamo davvero distanti, due poli opposti di San Siro. Non dimenticherò mai, però, la sua partita di addio. Mi chiamò personalmente e mi disse: «Tu vieni!». Gli risposi scherzando: «Mi farà prendere tanti di quei fischi...». E lui: «Fregatene...». Ero un uomo Inter, giocavo ancora, eppure Franco mi volle lì vicino a suo fratello e vicino a lui. Ricordo una festa bellissima, uno stadio strapieno con tutte le leggende del Milan. Gli sarò sempre grato di avermi voluto accanto in un giorno così speciale. Baresi non è la bandiera di una squadra, ma la bandiera di tutti: impossibile che un interista o un tifoso di un altro club possa parlarne male.

Il rosso, il nero, ma anche l’azzurro: c’è stata l’Italia e non solo Milano nelle nostre vite intrecciate. La Nazionale ci ha reso ancora più amici, per sempre. Nell’82 siamo diventati campioni del mondo insieme: se nel suo ruolo giocava Scirea, il destino ha voluto che fossi io ad avere la vetrina del campo. Ma ci siamo sostenuti a vicenda durante il torneo: eravamo i più giovani del gruppo, stavamo sempre insieme. Ricordo ancora la nostra passeggiata per le strade di Madrid dopo la finale, una gioia difficile anche solo da spiegare. Insieme abbiamo giocato l’Europeo ’88 e il Mondiale ’90: la fascia al braccio l’avevo io, ma giocando accanto a lui mi sentivo protetto. Aveva la capacità di passare dalla difesa a zona a quella a uomo con naturalezza. Da dietro, poi, comandava il mondo intero: guidava con un’eleganza unica.

Oggi penso che siamo sempre stati molto simili: entrambi discreti, educati, figli di un’altra epoca, legati da stima sincera. Mi piace una definizione: capitani senza retorica. Franco e Beppe hanno perso i genitori in gioventù, io ho salutato troppo presto mio padre. Non so se queste ferite della vita ci abbiano unito ancora di più, ma di certo ci siamo sempre capiti senza bisogno di dirci molto. È la sofferenza composta che appartiene alla nostra gente: siamo della pianura padana, sappiamo tenere tutto dentro. La nostra è gente di paese, abituata a lavorare, con la sobrietà lombarda. E poi, pensate ai nostri soprannomi: lui, “Piscinin”, bambino per sempre; io, “Zio”, un ragazzo che sembrava già adulto. Insieme, due compagni di viaggio, con un pallone tra i piedi e una torcia tra le mani.