Lautaro: "All'Inter non potevo abbandonare la nave. Alcuni compagni pensavano al Mondiale. Io..."
Una lunga intervista, tanti ricordi e un racconto che parte dall'infanzia e arriva fino al Mondiale del 2026. Lautaro Martinez, in un'intervista nel ritiro dell'Argentina, si è raccontato senza filtri, parlando della sua famiglia, dei sacrifici dei genitori, del legame con l'Inter, delle sofferenze vissute in Qatar e delle emozioni della semifinale contro l'Inghilterra. Il capitano nerazzurro ha anche rivelato un retroscena relativo al periodo precedente al Mondiale 2022, quando decise di continuare a giocare nonostante un problema alla caviglia.
L'INFANZIA E I SACRIFICI DELLA FAMIGLIA
"Dico sempre che sono nato dentro uno spogliatoio, perché mio padre era un calciatore. Già quando avevamo tre o quattro anni, insieme a mio fratello, con cui ho dieci mesi di differenza, assistevamo agli allenamenti, alle riunioni tecniche e ai discorsi motivazionali. Mio padre era capitano delle squadre in cui giocava. Ci ha trasmesso quell'amore per il calcio.Tutto quello che ho imparato e vissuto direttamente fin da piccolo mi ha aiutato a sviluppare un enorme senso di responsabilità nei confronti dello sport, della disciplina e del lavoro. Ed è quello che ancora oggi cerco di trasmettere ai miei figli".
Hai sempre giocato da attaccante?
"Da piccolo giocavo difensore. Ho cominciato come mio padre, giocavo da libero. Poi, quando abbiamo iniziato a disputare partite vere, con i punti in palio, un allenatore mi ha spostato sulla fascia perché facevo la differenza in quella posizione. Quando sono arrivato al Racing ho cominciato a giocare più centralmente, da numero nove. Mi piaceva, come mi piace ancora oggi, abbassarmi per partecipare al gioco, ricevere il pallone e dialogare con i compagni.
Quando giocavo in difesa ero uno che spazzava il pallone in avanti, mi buttavo spesso a terra. E in parte questa caratteristica mi è rimasta anche oggi. In quel periodo ho imparato tantissimo: ho imparato a difendere, a marcare. Sono cose che oggi tornano utili anche nel lavoro che dobbiamo fare noi attaccanti".
LA SITUAZIONE ECONOMICA DELLA FAMIGLIA
"Mia madre è sempre stata quella che si occupava di noi. Ha sempre lavorato nelle pulizie e si prendeva cura anche di una signora. Mio padre, in un periodo in cui economicamente stavamo molto male, oltre a giocare a calcio lavorava anche in una casa di riposo per anziani. Alla fine lo vedevamo soltanto la sera, a cena.Con mio fratello maggiore abbiamo vissuto il periodo peggiore della nostra famiglia. Da mangiare ne avevamo, ma non potevamo permetterci degli sfizi. Vivevamo in una casa che ci avevano prestato degli amici e pagavamo, se non ricordo male, soltanto 100 pesos di elettricità. Me lo ricordo perché è stato un periodo nel quale abbiamo sofferto davvero tanto.
Ma è proprio in quei momenti che impari a dare il giusto valore alle cose, alla vita in generale e soprattutto ai valori umani: essere umili, responsabili, voler lavorare sempre e cercare di migliorarsi".
GLI SCARPINI COMPRATI A RATE
"All'epoca non ti rendevi conto di tutti gli sforzi che stavano facendo i tuoi genitori. Io dicevo: 'Papà, invece degli scarpini neri voglio quelli azzurri, quelli lucidi. Voglio questo, voglio quell'altro'.E loro cercavano di accontentarci. Non sempre ci riuscivano, ma facevano di tutto. Compr avano gli scarpini a rate, oppure con soldi prestati dagli amici. Sono tutte cose che ti fanno crescere.
Oggi sono felice e orgoglioso di essere riuscito a realizzare il sogno di diventare calciatore professionista, quello che desideravo da bambino. E sono felice di poter aiutare la mia famiglia, anche se i miei genitori continuano a lavorare, ognuno nelle proprie attività. Nella nostra famiglia tutti hanno sempre avuto un grande senso di responsabilità verso il lavoro".
© RIPRODUZIONE RISERVATA