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Marotta: “Ero un centrocampista alla Calhanoglu. Chivu come Frosio. Tra Malagò e Abete…”

Andrea Della Sala Redattore 
Intervistato da La Gazzetta dello Sport, il presidente dell'Inter Beppe Marotta ha parlato anche del suo passato e della scelta per la Figc

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Intervistato da La Gazzetta dello Sport, il presidente dell'Inter Beppe Marotta ha parlato anche del suo passato e della scelta per la Figc:

Riesce a vedere quel Marotta che a 19 anni, nel 1976, è già il responsabile del settore giovanile al Varese calcio?

«Certo, ricordo tutto dei miei inizi. Abitavo ad Avigno, a 500 metri dallo Stadio di Masnago. Il Varese giocava in A, e fin da bambino quello era mio luogo dei sogni. Avevo 8 anni, quando pur di seguire gli allenamenti aiutavo il magazziniere a pulire le scarpe, gonfiar palloni e preparare le maglie. Poi, prima della stagione 1976-77, Guido Borghi, il figlio del mitico Commendator Giovanni, quello della Ignis, mi fece diventare “dirigente” del Varese».

In quegli anni studiava e giocava a calcio.

«Avevo appena finito il liceo classico al Cairoli, dove avevano studiato anche Mario Monti, Alfredo Ambrosetti, Bobo Maroni e Attilio Fontana. Fontana e Maroni erano più grandi di me. Ricordo che venivano al liceo con i giornali politici sottobraccio, mentre io arrivavo con la Gazzetta . Giocavamo nella squadra del liceo; Maroni era un mediano arcigno, alla Benetti, Attilio Fontana, detto Attila, era un Tardelli che segnava. Io ero un centrocampista alla Calhanoglu. Alla… perché non avevo il talento per fare il calciatore».

Scriveva anche per il giornale locale, avrebbe potuto diventare giornalista?

«No, io volevo fare il dirigente di calcio. Mi piaceva semmai fare il telecronista, anzi il radiocronista. Adoravo “Tutto il calcio minuto per minuto” e ancora adesso faccio le imitazioni di Sandro Ciotti, che si inserisce con i suoi “Scusa Ameri”. Ecco avrei fatto con piacere il radiocronista».

L’allenatore con più carisma?

«Sarebbero tantissimi. Ma per rispetto dell’anzianità dico Bersellini, il “Sergente di ferro”, che ho avuto al Como. Era a fine carriera, ma sapeva farsi ascoltare. E ho un grande ricordo di Pierluigi Frosio, che ha una storia alla Chivu: lo avevo preso dalla Primavera del Perugia e con il Monza abbiamo vinto la C».

Il presidente?

«Ne ho avuti tanti e tutti diversi, ma da ognuno ho tratto qualche insegnamento e tanta saggezza. A Varese ho avuto Guido Borghi, a cui devo riconoscenza perché mi ha fatto il primo contratto. Mi pare che prendessi 150 o 200 mila lire al mese. Poi, sempre a Varese, ho avuto Colantuoni, il mio mentore e uomo colto che aveva tre lauree ed era amico di Aldo Moro. E poi Zamparini, temporalesco e molto competente... Potrei andare avanti per ore a menzionare presidenti che hanno lasciato il segno».

Il giornalista?

«Dico Gianni Brera, un gigante. Sono stato a cena con lui e Colantuoni nell’Oltrepò Pavese. E avevo un debole per la voce e l’eloquio di Ciotti. Sapeva tutto di musica e aveva sempre un mazzo di carte in tasca. Alla prima occasione, anche sul taxi o all’aeroporto scattava una briscola o una scopa d’assi».

È stato anche compagno di banco di Moggi...

«Non proprio compagno di banco, ma abbiamo frequentato insieme il primo corso di Coverciano per ds. Con noi c’erano anche Vitali, Beltrami, Previdi, Pierpaolo Marino, Sogliano... Quel corso lo volle Allodi, un precursore del ruolo di dirigente. Lui sosteneva che il calcio è l’unico mondo in cui un muratore può diventare architetto il giorno dopo. Ed è ancora così».

Lei crede in Dio? Dove e quando lo ha incontrato?

«Certo, vengo da una famiglia molto cattolica e lo sono a mia volta. Ho passato momenti davvero brutti all’epoca del Covid, mi sono anche trovato con la maschera dell’ossigeno… Ma non credo al Dio che fa i miracoli su richiesta. Il mio Dio è quello degli oratori e dei solidi principi di vita. Un Dio che mi dà forza ed equilibrio».

È vero che si rilassa con la musica? Quale?

«Verissimo, la prima cosa che faccio al mattino è ascoltare della buona musica. Anche mentre faccio la barba. Amo la musica da pianoforte, classica e moderna. Tipo Einaudi, Allevi o Giulia Mazzoni».

Cosa altro fa nel tempo libero?

«Leggo molto. Recentemente mi è piaciuto “Pane e cannoni” di Federico Rampini. Spiega come, oggi, economia, tecnologia e potere militare siano diventati un’unica cosa e come questo cambia la vita concreta di tutti noi. Un libro che aiuta a capire il mondo in cui viviamo senza subirlo».

Malagò o Abete per la Figc?

«Dico Malagò, perché sarebbe una novità, ma al tempo stesso ha grande esperienza e passione. Ma dovrà dialogare con la politica».

Si sente più Kissinger o Richelieu?

«Personaggi di epoche diverse, ma Richelieu era più uomo di potere. Kissinger è l’icona del mediatore. Potendo, preferirei assomigliare a lui».