Il big match tra Napoli e Inter è ancora lontano, ma per ora sono queste due squadre a contendersi la prima posizione. Inzaghi vuole il bis, Conte è in cerca di vendetta dopo essersi lasciato in malo modo con il club nerazzurro.


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Dal trionfo al gelo tra Conte e l’Inter. Rapporti freddi, l’ex tecnico e Marotta si punzecchiano
"Non che Simone Inzaghi non sappia infuriarsi quando serva, ma le pareti di Appiano tremano ancora nel ricordo di Antonio Conte. Oggi i rapporti tra il vecchio generale e l’Inter tutta sono freddini, se non gelidi, ma è il loro crudele rendez-vous scudetto a far salire la temperatura e a rompere un muro di (apparente) indifferenza. Quando a novembre Conte è tornato da sfidante napoletano a San Siro non aveva ricevuto né fischi né omaggi, come se niente fosse passato sotto a quei ponti. Poi a fine partita ha eccitato gli animi contrapposti parlando di arbitri e Var. Il passato, però, qui complica tutto: la porta sbattuta in faccia da Antonio dopo il tricolore 2021 non è mai andata giù né al tifoso medio né ai dirigenti nerazzurri. In quel momento Conte pensava che il ciclo fosse già finito, ma il meglio doveva ancora venire", racconta La Gazzetta dello Sport.
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"Oggi volano frecce infuocate da un accampamento all’altro e nessuno può stupirsi: Conte e Beppe Marotta si punzecchiano, è il gioco delle parti pirandelliano. Sopravvive il rispetto, ma i rapporti non possono più essere quelli di una volta. La coppia già vincente alla Juve si era ricomposta con lo stesso spirito feroce anche all’Inter, ma il trauma della separazione è stato forte a Milano proprio come a Torino".
"Non vedeva più i margini di crescita promessi da Suning, colosso travolto dalla pandemia in Cina. Per farlo restare, servì l’antica arte diplomatica di un dirigente che chiamano “Kissinger”: a Villa Bellini, non lontano dalla Varese di Marotta, Conte fu convinto a posare l’ascia di guerra. La frattura fu temporaneamente ricomposta, giusto il tempo di rivincere uno scudetto dopo undici anni di desolante digiuno. In quel 2020-21 l’eliminazione dalla Champions con un misero quarto posto nel girone servì solo per concentrare ogni energia sul campionato, vinto poi di slancio. Il Lukaku napoletano è una controfigura di quello ammirato allora, mentre proprio all’epoca vennero piantati i semi fioriti poi nel giardino di Bastoni, Barella, Lautaro. L’addio avvelenato dopo le cessioni del figliol prodigo Romelu e di Hakimi è storia, come anche il lavoro di Inzaghi che ne ha raccolto l’eredità. Un po’ alla volta, Simone ha portato la squadra a un livello superiore. Ora il destino sembra divertirsi a fare i dispetti e i carissimi nemici preparano i guantoni", scrive il quotidiano.
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