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Materazzi: “A Siena nel 2007 la mia giornata, nel 2010 la festa: Mou nell’intervallo…”

Materazzi: “A Siena nel 2007 la mia giornata, nel 2010 la festa: Mou nell’intervallo…”

L'ex difensore nerazzurro si è raccontato su Alpha TV

Matteo Pifferi

La quarta puntata di Campi di Battaglia, nuovo programma in onda su Alpha TV, ha come protagonista protagonista Marco Materazzi. L'ex difensore dell'Inter si racconta a partire dalle origini:

"Ovunque andavo venivo insultato, ma questo mi caricava. La passione è tutto, in tanti mi dicevano di lasciar perdere, di non coltivarla. Uno di questi era mio padre, ero più portato per il basket secondo lui. Quando uno vive con il calcio da 2/3 anni, la strada è tracciata e così è stato. I primi campi di battaglia li ho affrontati a Marsala e Trapani, ti alleni sulle saline. Lì era veramente dura. Un anno eravamo a Rosarno, loro si dovevano salvare. Il campo era in terra battuta, ci sventolavano la polvere in faccia. Lì capimmò che dovevamo perdere. Ci ruppero anche i vetri del pullman, tornammo a Marsala con il vetro rotto. Quello ti forgia e ti fa sentire San Siro come un teatro, non è sempre rose e fiori".

Morte prematura della madre.

"Rimanere orfani non è bello e non c'è età. Con mia madre avevo un gran rapporto ma lei pensava fossi il più debole, lo disse in punto di morte a mia zia. Ho bei ricordi, i suoi sacrifici anche per permettere a mio padre di avere una carriera. Quei sacrifici mi hanno insegnato a replicare".

Nemici e alleati.

"Il mio più grande alleato è stata mia moglie, nelle difficoltà mi ha dato conforto ma anche critica. Dove c'è critica c'è crescita. Tanti nemici me li sono creati in testa per ottenere risultati, non penso di aver mai avuto nemici".

Zidane.

"Io lo amo perché mi ha dato la Coppa del Mondo, non per la testata. Io ho fatto poi due gol, lo ringrazio. Il gol del pareggio è stato da un angolo di Pirlo, sono saltato più in alto degli altri. Ho dedicato il gol a mia madre, ho indicato e urlato verso il cielo. Ho tirato il secondo rigore, lì l'adrenalina può fare brutti scherzi ma è andato bene. Quando Grosso segna io ero stramazzato a terra e piangevo di gioia".

Armi e armature.

"Era anche giusto scegliere i tacchetti. Era come andare in battaglia e scegliere le armi giuste. Gli attaccanti giocavano con i tacchetti fissi, io invece li sceglievo. A volte bastava solo fare presenza per dare un messaggio all'attaccante".

Contro Cirillo.

"Lì ho sbagliato, da fuori l'ho provocato e ho esagerato. Poi lui mi voleva picchiare nel tunnel, lì ha continuato a insultarmi e allora lì l'ho colpito. Il guardalinee ha visto tutto, Cirillo era pieno di sangue. Ho messo in difficoltà la società e la mia famiglia, a scuola chiedevano se picchiavo mia moglie e non è bello".

Cicatrici.

"Non ne ho, se ne avessi non li mostrerei perché farei capire al nemico quello che mi ha fatto. Tatuaggi ne ho tanti, ho finito lo spazio. Vorrei una pelle nuova per ricominciare. Quello sul braccio è la data del 22 aprile 2007, il primo scudetto sul campo. Pensavamo di vincere con la Roma ma non arrivarono i tre punti, tra gli 80 mila c'erano i miei figli. Io gli dissi a mio figlio che vedevo deluso: 'Tranquillo, ti porterò lo scudetto a Siena, ci penso io'. Il primo gol è arrivato dopo una mischia furibonda, ho anticipato Maicon e Ibrahimovic. C'era voglia e determinazione di vincere quella partita. Il secondo fu su rigore, fui costretto a batterlo due volte. Quella è stata segnata come giornata di Marco Materazzi".

Scontro finale.

"Il 2010 è l'anno del Triplete, ogni ostacolo lo scaraventavamo via. Avevamo l'obiettivo fisso di portare a casa tutto e così è stato. Abbiamo vinto tutto. La finale al Bernabeu contro il Bayern, giocammo un ottimo primo tempo. Quando José parlò a fine primo tempo disse 'stiamo giocando troppo bene, dobbiamo giocare peggio e fare il secondo in contropiede'. Con quelle parole ci fece tornare la concetrazione. Poi arrivò il 2-0 di Milito. Il regalo più bello è quando siamo tornati a casa, c'erano 50mila persone all'alba a San Siro ad aspettarci. Quello ti fa passare le sofferenze, ti reintegra nel club".

Errori.

"A volte ho sbagliato, ho pagato ma quello che conta è quello che sei. Quando uno mi conosce capisce l'uomo, il campo di battaglia è anche per quello: sei disposto a morire per superare l'avversario".

Su Gattuso.

"E' quello che rappresenta per me è lo sport. Io guadagnavo una lira e la dividevamo. Io era disperato, lui di più e sia andava avanti così. Lui negli anni è diventato il mio alter ego dell'altra sponda".

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