Zanetti: “Madrid, che notte. Vi racconto la prima chiamata di Mou. Io sempre all’Inter perché…”

Zanetti: “Madrid, che notte. Vi racconto la prima chiamata di Mou. Io sempre all’Inter perché…”

Le parole del vicepresidente nerazzurro

di Marco Astori, @MarcoAstori_

Javier Zanetti, vicepresidente dell’Inter, è stato protagonista di una diretta Instagram dove ha raccontato diversi aneddoti sulla sua carriera in nerazzurro, ma non solo.

Cosa pensi della nazionale argentina?
La nazionale oggi è in un processo di ricambio: ha buoni giocatori giovani che stanno crescendo. Ha un buon futuro, bisogna dare loro fiducia: c’è qualità, personalità e può essere un buon lavoro. Ci vuole tempo per creare la squadra: con grandi giocatori c’è la possibilità di creare un’ottima squadra.

Messi?
Lui era all’inizio della nazionale, ma si vedeva fosse diverso: in ogni momento poteva inventare la giocata e risolvere la partita. I numeri parlano di Leo, è un giocatore con cui è bello giocare, meno affrontarlo. Mi ricordo Ronaldo il Fenomeno, giocatori che hanno altro tipo di qualità e che alzano il livello della squadra: è un piacere giocarci insieme.

L’attaccante più forte che hai affrontato?
Ne ho affrontati tanti, ho avuto questa fortuna: posso dirti Zidane, Kakà, Cristiano Ronaldo, Messi, Henry. Tutti giocatori difficili da marcare per le loro caratteristiche.

Il miglior gol che hai visto?
Ho avuto la fortuna di vedere il gol di Ronaldo nella finale di Coppa UEFA contro la Lazio: è stata una grande notte ed esserci in quel momento è stato bellissimo. Il modo in cui ha finito l’azione è stata meravigliosa. Ronaldo fu straordinario: era già tremendo al Barcellona, era nel suo miglior momento. E’ stata una rivoluzione per chi amava il calcio in Italia.

Il miglior assist che hai visto?
In una gara di Champions contro il Valencia, feci un cross dal fondo e Adriano segnò di testa. Adriano aveva un potenziale enorme: mi stupì la prima partita amichevole al Bernabeu. Mancavano due minuti, punizione per noi: un missile e un golazo nell’angolo. Meno male che non ero in barriera, sarebbe stato tremendo. Grande potenza fisica, grande abilità, forte di testa: era un grande attaccante.

Il miglior momento della tua carriera?
La notte di Madrid: non solo per la vittoria della Champions, ma ho avuto il privilegio di essere il capitano ed alzare un trofeo che l’Inter non vinceva da 45 anni. E poi era la mia 700esima partita con l’Inter: fu una notte indimenticabile per tutti noi dell’Inter. Coronammo un sogno, siamo stati gli unici in Italia a fare il Triplete.

Mourinho?
Un grande allenatore, grande personalità e capacità: non lasciava niente al caso, curava i dettagli ed era sempre attento. Un grande motivatore: quella squadra aveva grandi giocatori e grandi uomini e con lui facemmo due anni fantastici.

Quando arriva un allenatore nuovo il capitano ci parla?
Finì la stagione con Mancini, io ero all’aeroporto di Roma: suonò il telefono, numero portoghese. Era Mourinho, si scusò per l’italiano: ma lo parlava perfettamente. Mi disse che aveva appena firmato, non vedeva l’ora di lavorare con noi e mi disse che ero il suo capitano. Impressionante. A conversazione finita ho detto a mia moglie che era Mourinho, non ci credeva. Spiega la sua classe.

Il salto dal Banfield all’Inter?
Rimasi sorpreso in quel momento: dopo due campionati al Banfield arrivò l’Inter. Un cambio grandissimo. Nella mia testa sapevo di giocare in una buona squadra in Argentina e che dovevo fare il salto in Europa: fu molto bello, in quel momento però dovevo essere preparato. Fu una grande opportunità, ma avevo delle responsabilità: giocare in una squadra come l’Inter e nel campionato italiano… L’Inter aveva comprato Ince, Roberto Carlos… Mi dissi: vado e mi gioco le mie carte. Dal primo momento in Italia sentii che l’Inter era una società con storia e con i miei stessi valori. L’Inter è famiglia: è la prima sensazione che provi. Per uno straniero arrivare in un paese straniero è complicato: ma io ho fatto la mia carriera e ho cambiato le mie abitudini. Sono cresciuto con una grande cultura del lavoro: poi sono diventato capitano. Immaginate esserlo di Ronaldo, Vieira, Baggio, Ibra: poi anche di Messi nell’Argentina. E’ stata una bellissima esperienza: la cosa che mi ha segnato è stato il cammino che ho fatto. Uno può vincere o perdere, ma la carriera che uno si costruisce è la cosa più importante. Moratti vide una cassetta del calcio argentino per vedere Ortega: ma lui disse che gli piaceva il numero 4. Il primo contatto con Ottavio Bianchi mi chiese dove volevo giocare: giocava 3-5-2, mi mise a destra e Carlos a sinistra. Nei primi dieci anni vincemmo solo la Coppa UEFA, ma io dicevo sempre a tutti che il nostro momento sarebbe arrivato: se ti alleni seriamente, vieni ripagato. Poi vincemmo tutto. I primi anni servirono a costruire quello che è successo dopo.

Essere capitano?
Io non ho mai cambiato la mia essenza con la fascia e i miei compagni mi hanno rispettato per questo. Io ho voluto sempre essere un esempio coi miei comportamenti: sono sempre stato lo stesso. E’ stato un onore e avere il rispetto di tutti mi ha aiutato molto. Anche i brasiliani si sono comportati bene e hanno aiutato l’Inter a vincere titoli: i calciatori sudamericani piacciono molto. Il Sudamerica è molto presente nell’Inter: è internazionale, tutti sono i benvenuti.

Un consiglio per un giovane terzino destro?
Il terzino è un ruolo importante: contro le squadre che si chiudono, la prima arma è il terzino. Prima devi pensare a marcare, poi devi essere capace di attaccare ed essere una soluzione. Il terzino può essere determinante. Nel 2010 c’era Maicon, io giocavo in mezzo: Maicon attaccava e io lo coprivo. Per noi era fondamentale, era un attaccante, come Roberto Carlos: questi terzini sono un’opzione importantissima in avanti. Dicevo a Maicon di salire tranquillo, io lo coprivo: era un’arma letale per noi.

Perché dirigente e non allenatore?
Bisogna sentire di allenare. Quando io pensavo al ritiro, pensavo sempre di contribuire di più come dirigente. Quando l’Inter mi disse che sarei diventato vicepresidente, ho sentito la responsabilità e che avrei dovuto prepararmi. Uno non può pretendere di essere bravo solo per quello che ha fatto in campo. Cominciò una nuova tappa, ma da zero: mi iscrissi alla Bocconi per studiare Finanza e Marketing. Io sono il vicepresidente della parte sportiva: non volevo essere una figurina. Un club come l’Inter deve valorizzare il brand a livello internazionale e non solo quella parte: vanno fatti progetti sociali, di marketing, di relazioni internazionali. Io voglio lavorare di squadra: quando proponiamo un progetto, formiamo la squadra con chi è utile per aiutare. Ci sono altre cose da scoprire oltre alla parte sportiva: quando giocavo pensavo ad allenarmi e giocare. Ma la squadra che gioca ha bisogno di un’altra squadra che sta sopra.

L’emozione dell’ultima partita?
E’ stata fantastica. Due giorni fa sono stati sei anni: è stata una grandissima emozione perché tutto lo stadio è venuto a salutarmi. Vedere i bambini col 4 sul viso, tante famiglie che non volevano perdersela mi ha fatto passare in testa tutti gli anni all’Inter. Avrei voluto abbracciare tutti. Fuori dalla stadio la gente mi aspettava: porterò quel momento nel cuore. Il legame con l’interista sarà sempre forte per me: è stato così dall’inizio. C’è stata subito sintonia tra noi molto forte: per quello ho deciso sempre di restare.

I tuoi oggetti dell’Inter?
Ho il pallone della finale di Madrid firmato da tutti i miei compagni e la fascia di capitano. Poi ho la coppa del Mondiale per Club: l’ho fatta fare perché è un momento che voglio tenere. Quando vengo nel mio museo e guardo le mie cose vedo un pezzo della mia storia e sono legatissimo all’Inter.

La tua faccia mentre alzi la Champions?
La faccia non era la mia, ero felicissimo. Alzare quel trofeo è stato unico, storico.

Roberto Carlos?
Con lui fu un anno fantastico. E’ una grande persona: eravamo tutti e due giovanissimi, dovevamo crescere. Saremo sempre amici, fu un solo anno ma molto intenso.

La Fondazione Pupi?
Ho sempre voluto dare la possibilità ai giovani argentini di avere un futuro migliore. Vedevo la situazione complicata: quindi decidemmo con Paula di creare la Fondazione. Dopo cinque ore di cena, in macchina decidemmo di farla. E’ un progetto per le famiglie, siamo molto felici: i ragazzi sono felici e sorridenti. Ho avuto la fortuna di giocare nell’Inter che ha molte responsabilità sociali. Io me ne occupo ed essere dirigente che guarda a 36o gradi mi fa sentire di essere utile in tante aree.

Un messaggio per i tifosi?
Un bacione enorme a tutti i tifosi interisti e italiani: non molliamo, manca poco per tornare alla normalità. Speriamo di vederci presto allo stadio a riabbracciarci tutti.

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