Pioli: “Niente rivincite, non sono un ‘Normal One’. Ibra? Mai conosciuto uno così. Rangnick e mercato…”

Le dichiarazioni dell’allenatore del Milan al Corriere della Sera

di Alessandro De Felice, @aledefelice24

L’allenatore del Milan, Stefano Pioli, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera: “La prima volta che sono entrato a Milanello ho sentito qualcosa di magico, un’energia unica. Ma il fatto è che la risento ogni mattina alle 8. So di essere fortunato. E farò di tutto per continuare a meritarmi questa fortuna”.

Avanti di questo passo sarà dura mandarla via. Lei vorrebbe restare qui a lungo? Si vede come un Wenger, un Ferguson?

“Come dice la canzone (Contatto dei Negramaro, ndr), la vita è tutta qui. Vivo nel presente, che è un presente bellissimo”.

Alcuni suoi colleghi, forse perché hanno vinto subito, danno l’impressione di restare sempre uguali. Lei sembra l’allenatore che più si è evoluto. È questo il suo segreto?

“Invidio i colleghi giovani che hanno già tutto molto chiaro, io ho avuto bisogno di lavorare tanto: ho fatto corsi di comunicazione, di psicologia, di gestione delle persone. Appena ho potuto sono andato a studiare altri allenatori. Ho investito molto su me stesso: se mi vedessero adesso i giocatori che ho allenato nel 2003 a Salerno, quando ho iniziato, non mi riconoscerebbero”.

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E adesso a che punto è?

“Non sono un genio, ma determinato e tenace sì. E curioso. Ho sempre pensato che ci sia da imparare da tutti. Prendete lo staff: ho iniziato col solo Osti, adesso ho 10 collaboratori. E tutti i nuovi hanno meno di 30 anni. I giovani ti aiutano ad avere chiavi di lettura diverse, specie sulle nuove tecnologie, preziosissime. Oggi mi sento completo e maturo, come non mai”.

L’hanno spesso etichettata come uno che parte bene e finisce male. Questo 2020 è la sua rivincita?

“È un termine che non mi piace, perché sono cresciuto con valori diversi, con la cultura del lavoro, non della rivalsa. Ho da dimostrare solo a me stesso. Mi sento completo, ma so che posso fare anche di più. Sono un provinciale testardo. E la testardaggine aiuta”.

Però la definizione di Normal One non le è mai andata giù, dica la verità.

“Io sono un uomo normale, non un normal one. Sono semplice, amo esserlo. La semplicità è un valore che ho imparato dai miei genitori e che cerco di trasferire ai miei figli. È l’etichetta che non mi piace”.

Anche Ibrahimovic è come tutti gli altri?

“Mai conosciuto un giocatore così intelligente e simpatico. Sono momenti così, tornerà e giocherà più di prima. Ma già la sua presenza è fondamentale, sa trascinare e stimolare i compagni” .

Il personaggio, di certo, è ingombrante. Come si gestisce uno così?

“In realtà non è difficile. Perché siamo entrambi diretti, non ci nascondiamo, nel bene e nel male. Ci siamo detti anche cose negative, succede, è normale, è la dinamica logica di una squadra. Una volta è entrato nel mio ufficio e mi ha detto: mister, oggi parlo io. Io mi sono messo lì e ho ascoltato”.

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E poi che è successo?

“Il giorno dopo ho parlato io. Funziona così. Bisogna capire le situazioni, le persone, i momenti”.

Ma c’è nella sua carriera qualcosa che non rifarebbe, una scelta che cambierebbe?

“La gestione della seconda stagione della Lazio. Oggi prenderei la situazione di petto, in maniera più netta. È il mio unico grande rimpianto. Con la maturità di oggi avrei fatto scelte diverse e migliori, quell’anno. E sarebbe finita diversamente. Ma anche da lì ho imparato qualcosa”.

Un anno fa di questi tempi uscivate dallo scioccante 5-0 in casa dell’Atalanta, il punto più basso. Da allora il vostro mondo si è rovesciato. Dovesse scegliere un’immagine di questo 2020, quale sarebbe?

“La sera del 20 luglio, quando Gazidis mi telefona alla vigilia di Sassuolo-Milan per comunicarmi che lui e la proprietà avevano deciso di confermarmi per la stagione successiva, se mi andava bene”.

Le andava bene, evidentemente. Cosa gli ha risposto?

“Gli ho detto: Ivan, aspetta che ci penso un attimo… Ovviamente scherzavo, non ho messo giù il telefono. È stata una grande emozione, come quando dopo la partita ho dato l’annuncio alla squadra e ai miei collaboratori”.

Per mesi ha dovuto convivere con l’ombra lunga di Rangnick.

“Ma io non ho mai smarrito la mia serenità, dico davvero. Gazidis prima della partita col Genoa venne a Milanello a dire che le scelte sarebbero state fatte a fine campionato e non prima. Per me le cose erano chiare. Perciò ho continuato a lavorare per meritarmi quella fiducia, senza ascoltare ciò che si diceva in giro. Mi sono concentrato solo sul campo e sulla squadra. Il mio obiettivo era arrivare il più alto possibile”.

E l’obiettivo del 2021 che sta per iniziare quale è?

“Continuare a migliorare. E, sì, tornare in Champions. Il club non ci ha chiesto nulla, non ci vuole dare pressioni, questo io l’ho apprezzato moltissimo. Maldini, Massara, Gazidis ci mettono nelle condizioni di lavoro ideali: sono straordinari. Ma noi abbiamo bene in testa che dobbiamo fare di tutto per riportare il Milan dove deve, cioè in Champions. Manca da troppo tempo, quello è il suo posto. Possiamo farcela”.

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Ha raccontato che per spronare la squadra a gennaio scorso aveva appeso la classifica dell’anno solare: è servita da sprone, visto che alla fine avete fatto più punti di tutti. Che classifica appenderà stavolta?

“Vedremo. Avevamo tre obiettivi: passare i preliminari, poi i gironi di Europa League e vincere la classifica del 2020. Quello che m’interessa è la crescita. Questa squadra può anche migliorare tanto, anche più di quanto credete”.

Certo, con un paio di rinforzi a gennaio sarebbe più facile. Lei però va ripetendo che c’è un equilibrio da preservare. Cosa intende?

“Qui ora c’è entusiasmo, serietà, compattezza. Non c’è più nemmeno bisogno di appendere ai muri il programma settimanale, tutti sanno cosa fare. Il gruppo è forte, unito, orgoglioso. Chi entra, se entrerà, deve avere la stessa applicazione, la stessa mentalità. Chi è arrivato a gennaio scorso, parlo di Ibrahimovic e Kjaer, ha dato l’esempio. Quello ci ha fatto svoltare. Ecco, con la fatica che abbiamo fatto a raggiungere questo equilibrio dobbiamo stare attenti a non spezzarlo. Su questo punto c’è totale sintonia. Se si può migliorare, miglioriamo. Sennò restiamo benissimo così”.

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