Beccalossi: “Bersellini un sergente, mi chiuse ad Appiano per 10 giorni. Con Muller…”

L’ex fantasista dell’Inter ripercorre la sua esperienza con la maglia nerazzurra

di Fabio Alampi, @FabioAlampi

Intervistato da Tuttosport, Evaristo Beccalossi ha ricordato alcune delle tappe più significative della sua esperienza con la maglia dell’Inter: “Ho avuto la fortuna di arrivare a Milano negli anni ’80 e di fare il calciatore in quella realtà. Arrivavo da Brescia, città chiusa, tosta. Mio padre, poche parole: su le maniche e lavorare. A Milano non si andava a dormire mai, i Navigli, le vecchie trattorie, la gente che parlava in dialetto. E gli artisti, Enzo Jannacci e Paolo Rossi, e anche Beppe Viola, con il quale avevo un rapporto speciale. Era come vivere un film. Poi arrivava l’allenatore che si arrabbiava, certo. Ma intanto io me l’ero goduta“.

BERSELLINI – “Bersellini è quello che mi ha controllato più di tutti. E quindi anche quello che mi ha punito maggiormente. Però assieme abbiamo vinto un fantastico scudetto. Ricordo quella volta che mi rinchiuse per 10 giorni ad Appiano, in punizione con il preparatore atletico che mi controllava. Una notte, alle due, affamato come non mai, mi infilo silenziosamente in cucina. Tempo di aprire il frigo e mi trovo una torcia che mi illumina e una pistola puntata contro: era il guardiano del centro sportivo che pensava a un ladro.

Dopo un Inter-Lazio in cui ero stato il migliore in campo, mi prese da parte. Ecco, Becca, è così che devi fare. Se vuoi diventare il numero uno deivi fare in modo che quei 10 giorni di ritiro diventino la regola. Sapevo che lo diceva per il mio bene, ma poi fuori di lì c’era Milano…“.

LO SCUDETTO 1979/80 – “Siamo stati l’ultima squadra ad aver vinto il campionato con tutti italiani in campo. C’ero io, Spillo, e poi Marini e Oriali che si facevano il culo per me e non si dimenticavano mai di ricordarmelo. Era il periodo in cui mi chiedevano, entrando in campo, se avremmo giocato in 10 o in 12… Ma vi garantisco, non lo si poteva sapere. A volte mi sentivo un mostro, giocavo per spaccare tutto e non azzeccavo uno stop. Altre volte ero reduce da una settimana di bagordi e veniva fuori una partita pazzesca. Oggi non ce n’è per nessuno, mi dicevo…“.

IL RINNOVO DI CONTRATTO – “Non faccio a tempo a sedermi che Mazzola e Beltrami, non a caso soprannominati il gatto e la volpe, si alzano e mi chiedono scusa per una chiamata improvvisa. Mentre aspetto il loro rientro, vedo sulla scrivania alcune carte, erano i contratti dei mie compagni, al massimo guadagnavano 70 milioni. A quel punto, quando sono rientrati, non ho avuto cuore a chiedere cento, ma mi sono fermato a 70. Subito accordato. Solo dopo un po’ di tempo ho scoperto che quei fogli li avevano lasciati lì apposta perché io li vedessi, ma in realtà i miei compagni guadagnavano ben altre cifre“.

LA RIVALITA’ CON MULLER – “Il problema è sempre stato solo tattico. Noi avremmo dovuto giocare alle spalle di Altobelli, uno più a destra e uno più a sinistra. Ma lui non ci stava lì, gli piaceva essere al centro, del gioco e del campo. L’ho mandato a … più e più volte, niente da fare. E così io finivo a fare la seconda punta, e non mi andava“.

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