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Cragnotti: “Mihajlovic, che dolore. Persa l’Uefa contro l’Inter, Mancini mi disse…”

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Le parole dell'ex presidente della Lazio: "Non ce l’ha fatta, ma nella battaglia contro la malattia, nel periodo più difficile della sua vita, ha dato un esempio unico di forza e coraggio"

Marco Astori

Intervenuto ai microfoni di Repubblica, Sergio Cragnotti, ex presidente della Lazio, ha parlato così della scomparsa di Sinisa Mihajlovic: «Un grande dolore, grande. Aveva solo 53 anni, era giovane. E poi era diventato nonno da poco, ricordo bene il suo amore per la moglie Arianna e i figli, una famiglia meravigliosa. Mando un abbraccio forte a tutti loro».

Ha combattuto fino all’ultimo, Mihajlovic.

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«Sì, giorni fa ero ospite del Lazio club Terracina, c’erano tanti tifosi e ho saputo che le condizioni di Sinisa erano improvvisamente peggiorate. Ma lui era un guerriero, non si è dato per vinto mai: mi hanno raccontato che alla clinica Paideia, dove era ricoverato, perfino negli ultimi giorni stringeva i pugni forte, come per dire: “Ce la faccio anche stavolta, vedrete”. Non ce l’ha fatta, ma nella battaglia contro la malattia, nel periodo più difficile della sua vita, ha dato un esempio unico di forza e coraggio. Le stesse qualità che aveva trasmesso ai compagni, appena arrivato alla Lazio».

Sinisa Mihajlovic

Era l’estate del ’98, lei era presidente di una Lazio che stava crescendo.

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«Avevamo appena perso la finale di Coppa Uefa con l’Inter, Roberto Mancini venne da me e mi disse che per fare il salto di qualità, per acquisire la mentalità vincente che serviva, dovevamo portare alla Lazio un leader. Ma non uno qualsiasi, mi indicò proprio Sinisa Mihajlovic. Seguii il suo consiglio».

E infatti arrivò la Coppa delle Coppe l’anno dopo, poi la Supercoppa europea e lo scudetto nel 2000.

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«Trasferimmo gran parte della Sampdoria nella Lazio, in pratica. Dopo Eriksson e Mancini, anche Veron, Lombardo, più altre figure dello staff tecnico e medico. E appunto Mihajlovic. Prima di lui, la Lazio era troppo provinciale, legata all’ossessione del derby. Con Mancini e Sinisa cambiò la mentalità, i progetti ambiziosi si concretizzarono. Lui, Mihajlovic, era un leader nello spogliatoio, sapeva trasmettere il suo carattere ai compagni più fragili e ai giovani. Ero sicuro sarebbe diventato un grande allenatore, infatti».

Come lo definirebbe, con poche parole?

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«Un uomo di calcio completo e persona di spessore, dalla grande personalità, carismatico».

Del Sinisa calciatore cosa le piaceva di più?

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«Beh, impressionante quel suo mododi calciare le punizioni. Una volta segnò tre reti così nella stessa partita, da impazzire. Aveva la potenza di Roberto Carlos ma era più preciso.

Con lui, ogni punizione poteva diventare un gol: i tifosi lo adoravano, per questo e per lo spirito guerriero».

Era una Lazio formata da personaggi speciali, quella con Cragnotti presidente.

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«Sono diventati quasi tutti allenatori o dirigenti di successo, perché quei campioni avevano la capacità di trasmettere le motivazioni giuste: Simeone, Mancini, Conceiçao, Almeyda, Veron, Inzaghi, appunto Sinisa. Lui era perfetto per il nostro progetto vincente, non avevo preso la Lazio per recitare il ruolo di comprimari. Né a lui piaceva perdere».

Mihajlovic era rimasto molto legato alla Lazio, la sua squadra del cuore.

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«Lo so, è vero: d’altronde credo che quelle sei stagioni vissute in biancoceleste, dal ’98 al 2004, siano state le migliori della sua carriera di calciatore. Anche i figli sono tifosi della Lazio. Lo stesso giorno, quattro anni fa, se n’è andato Felice Pulici. Il destino ha legato due uomini che hanno fatto la storia del calcio e della Lazio. E che resteranno nei nostri cuori, per sempre».

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