Eto’o: “Razzismo? Giusto uscire dal campo. Parlerò con la Curva Nord di quella lettera…”

L’ex attaccante dell’Inter ha parlato anche del tema razzismo e delle possibili soluzioni

di Andrea Della Sala, @dellas8427
Eto'o a Roma

Intervistato da La Gazzetta dello Sport, il grande ex di Inter e Barcellona Samuel Eto’o ha parlato anche di un tema scottante come quello del razzismo.

Eto’o, prima di smettere di giocare diceva spesso: «Non amo ricordare i gol che ho fatto, ma quelli che farò». Che gol le sono rimasti da segnare, adesso?
«Ho fatto cose buone nel calcio, ora l’unica cosa che vedo è un ragazzo che ne ha altre da fare. E si sta preparando per farle bene».

Da allenatore?
«Ho una fortuna: sono nato in un Paese che non ha mai avuto un allenatore nero molto molto importante, che abbia vinto. Da qualche parte della mia testa questa idea da un paio di mesi c’è, ma i grandi tecnici che ho avuto mi hanno sempre detto: “Samu, devi imparare”. Non ho fretta: adesso sono in vacanza».

Come succede che si decide di smettere di giocare?
«Pensavo da anni a questo momento, ma non avevo una data esatta in mente. Un paio di mesi fa parlavo con un amico qatariota: “Perché continui a giocare?”, mi chiede. “Perché amo il calcio”. “Ma tu puoi continuare a dare tanto al calcio, però in un altro modo”. In quel momento ho pensato: perché no? Ho parlato con mia moglie e le persone più vicine e poi di nuovo con lui: “Hai ragione, è ora di prendere questa decisione”».

Ha rimpianti?
«Se dicessi sì, sarei egoista. Ho giocato con i migliori compagni, allenatori, nei migliori stadi del mondo, con i migliori tifosi e contro i migliori tifosi. Ricordo l’applauso di quelli del Bayern a Madrid, quando andai a salutarli: non aveva prezzo».

Non le è mancato un Pallone d’Oro?
«No, perché come tutti i premi dipende da voti e quando dobbiamo eleggere qualcuno, non tutti abbiamo la stessa opinione. Messi per me è il migliore del mondo di tutti i tempi: ha appena vinto il The Best della Fifa, a me sarebbe piaciuto vedere su quel palco Mané o Salah, che hanno avuto una stagione fantastica, ma altri hanno avuto un’opinione diversa».

Il migliore, ha detto: anche più di Maradona?
«Ho un rispetto “brutal” per Diego, ma i giocatori che hanno segnato il calcio moderno per me sono Ronaldo il Fenomeno, Messi e Cristiano Ronaldo. E dico Messi perché l’ho cresciuto quasi come un figlio».

Ronaldo quella sera non era sul palco: sbagliato?
«Non sappiamo perché non è venuto, ma tutte le altre volte c’era. Non credo che Messi ci sia rimasto male, ma sicuramente a noi che piace l’immagine di tutte le “legend” insieme per una sera, avremmo preferito che ci fosse anche Cristiano per celebrare questa nuova Fifa».

Qual è stata la volta in cui si è sentito più colpito dal razzismo?
«L’ho vissuto di più fuori da un campo di calcio, dove ti trattano in un modo se non ti riconoscono e in un altro quando poi invece capiscono chi sei. E’ il comportamento della nostra società, il calcio ne è solo un riflesso».

Nel 2006 l’arbitro Victor Esquinas Torres ferma Eto’o che vuole lasciare il campo per insulti razzisti; nel 2019 Orsato ferma Atalanta-Fiorentina perché lo stesso sta accadendo a Dalbert. Sono passati 13 anni: inutilmente?
«Un Pallone d’Oro ai due arbitri e tutta la mia rabbia per i dirigenti del calcio. Ma Infantino, la sera del Best Fifa, ha detto una cosa molto importante: “Non più parlare: fare”. E lo ha detto il capo del calcio mondiale. Abbiamo bisogno di regole anche nel calcio, ma regole dure – non una multa di cento euro – e da rispettare. E’ una responsabilità di tutti, ma noi non siamo dirigenti e dunque dico: “Per favore, signori dirigenti di calcio e politici, ci rimettiamo a voi perché prendiate decisioni che possano cambiare la vita di tutti».

Uscire dal campo: pensa ancora sia la soluzione giusta?
«Certo. Il calcio muove tantissimo denaro, ma gran parte degli attori che lo generano sono ragazzi neri. Se un giorno, in tutti i campi del mondo, con l’aiuto dei colleghi bianchi, decideranno di non giocare, ecco: credo che cambierà molto».

Slovacchia, Romania e Ungheria giocheranno la prossima partita a porte chiuse.
«Sbagliato: punisce anche chi non ha colpe. In campo ci sono non so quante telecamere di sicurezza: possiamo sapere esattamente cosa chiunque sta dicendo, e in che momento. Ok, quelli non devono entrare più in uno stadio. Mai più. E non solo in uno stadio: quello che succede lì dentro è quello che succede ogni giorno nella nostra società».

Ai tempi dell’Inter non ha mai nascosto di avere rapporti con «i miei amici della Curva Nord». Cosa pensa di quella lettera: «Certi cori non sono razzismo, ma solo un modo per innervosire gli avversari»?
«Ci parlo ancora, ma non ancora di quella lettera. Se vuoi innervosire qualcuno, hai un milione di modi per farlo: glielo dirò, è un mio dovere proprio per il rispetto che ho per loro. E dirò loro che credo sia giusto rettificare».

«Il giorno che sarò allenatore mi piacerà vincere giocando bene, come Pep Guardiola»: in Italia si gioca meglio, ora si scelgono allenatori che vogliano vincere giocando bene.
«Il calcio italiano sta cambiando, non è più solo difesa e contropiede. Normale: perché si gioca a calcio? Per divertire la gente. Dunque se lo spettacolo che offriamo è il calcio, dobbiamo giocare a calcio. Per questo Guardiola: ho vinto con molti allenatori, ma lui ha avuto qualcosa di diverso. Per questo quando allenavo l’Antalyaspor ai compagni che erano diventati miei giocatori dicevo: non chiedo di insegnarvi calcio, ma vi chiedo di divertirvi giocando a calcio».

«Il modo migliore per prevedere il futuro è crearlo», ha scritto qualche giorno fa: come preferirà essere ricordato, in futuro?
«Non come un calciatore, ma come un ragazzo che ha portato qualcosa al calcio. E l’ha aiutato a lottare contro il razzismo».

Una curiosità: perché in quasi tutti i suoi post social lei scrive «adrénaline»?
«Lo scrivo più per gli altri che per me. Adrenalina è quello che facciamo ogni giorno, la vita è eccitante, è adrenalina. Posso avere tutti i problemi del mondo, ma cerco sempre qualcosa che mi eccita, mi motiva: può essere un pensiero, un progetto, qualunque cosa mi tenga vivo. Io la chiamo così: adrenalina, è quello che mi tiene vivo».

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