Mazzola: “L’Inter può fare tutto, non ci sono missioni impossibili. Conte deve inventarsi qualcosa”

Alla vigilia della sfida tra Real Madrid e Inter, una bandiera nerazzurra come Sandro Mazzola ha parlato della sfida con le merengues

di Andrea Della Sala, @dellas8427

Alla vigilia della sfida tra Real Madrid e Inter, una bandiera nerazzurra come Sandro Mazzola ha parlato della sfida con le merengues e del suo ricordo di questa gara affascinante. Le parole di Mazzola nell’intervista a Repubblica:

“All’idea che domani l’Inter tornerà a giocare a Madrid mi viene in mente l’esatto momento in cui entrai allo stadio quella sera. È come fosse ieri”.

Cosa provò?
“Uscito degli spogliatoi, salii alcuni scalini e all’improvviso mi trovai di fronte Alfredo Di Stefano. Era il mio idolo, mi sembrava assurdo averlo lì a pochi metri, non riuscivo a crederci. Rimasi come imbalsamato. A ridestarmi fu Armando Picchi. Mi diede una botta sulla spalla e mi disse: noi andiamo a giocare, tu stai pure qui impalato a guardare Di Stefano”.

Proprio a Di Stefano è intitolato il piccolo stadio in cui l’Inter dovrà giocarsi la speranza di andare avanti in Champions. Per i nerazzurri pensa che sarà uno shock giocare in un centro d’allenamento?
“Quando giochi in contesti così particolari, sono cruciali i primissimi minuti. Anche a me capitò di giocare senza pubblico, in un piccolo stadio di provincia. Impiegai un po’ di tempo a realizzare che stavo giocando sul serio e così i miei compagni”.

Secondo lei è possibile che l’Inter domani la spunti?
“L’Inter può fare tutto, sempre, è nel suo Dna. Per i nerazzurri non esistono missioni impossibili. Più in generale, sulla partita secca di questi tempi può davvero succedere di tutto. Ci sono tanti esempi nelle ultime settimane. Sono caduti contro avversari meno blasonati anche il Liverpool, il Bayern Monaco e lo stesso Real”.

Anche senza Lukaku e con Sanchez acciaccato?
“Penso che senza il belga e con Sanchez a mezzo servizio Conte dovrebbe inventarsi qualcosa dal punto di vista tattico. Il mago Herrera in questo era un fenomeno. Noi pensavamo di scendere in campo col solito schema, ma poco prima della partita si presentava in spogliatoio con la sua famosa lavagnetta a incasinarci i piani. Forse pensava che se eravamo stupiti noi avremmo stupito anche gli avversari”.

Qual era il vostro modulo base?
“Davanti giocavamo con un’unica punta centrale e tre uomini a fargli da corona. Jair alla sua destra, Corso sulla trequarti e io che mi inserivo dalla sinistra”.

Sembra lo schema d’attacco del Milan di Pioli, costruito intorno a Ibra.
“Mai come il Milan! È un paragone blasfemo. Al limite possiamo dirla così: questo Milan prova a copiare la nostra vecchia Inter, ma non sono capaci di farlo, come non lo erano allora. Ovviamente scherzo, questo è un buon Milan”.

Nell’anno in cui vinceste la Coppa dei Campioni, perdeste il campionato contro il Bologna nel famoso spareggio. Oggi è più facile giocare ad alto livello più competizioni?
“Ma certo. Con le rose sempre più ampie e la scienza applicata all’allenamento si può giocare e cercare di vincere più tornei contemporaneamente. Le squadre hanno tantissimi giocatori, regimi alimentari studiati, molta programmazione. Per contro, le emozioni del calcio di un tempo oggi è difficile trovarle”.

L’emozione più forte della sua carriera?
“Sono troppe per farne una classifica. Ne ricorderò una legata a quella famosa finale col Real, visto che siamo in tema. Puskas alla fine della partita mi si avvicinò lentamente, quasi con deferenza . Io rimasi allibito che puntasse proprio me. Quando mi fu di fronte, mi disse che era stato un onore potere giocare con mio padre e mi regalò la sua maglia. Mi tremarono le gambe. Se ci penso mi viene la pelle d’oca ancora oggi”.

Un pronostico per domani sera?
“Nella mia testa un risultato possibile lo ho. Ma lo penso solo, non lo dico”.

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