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Serena: “Inter squadra della mia vita. L’inizio con Bersellini fu traumatico. Berti…”

L'ex attaccante ricorda i suoi anni con la maglia nerazzurra

Fabio Alampi

Intervistato da Tuttosport, Aldo Serena ricorda la sua lunga esperienza con la maglia dell'Inter.

Serena, se si volta indietro qual è la prima immagine che le viene in mente?

"Il flash è la sorpresa che mi venne quando il Montebelluna, la mia città natale e la squadra dove iniziai a giocare, mi cedette all'Inter nel 1978. Ricordo mia madre che mi comprò una borsa nuova e una tuta per andare a Milano. Il viaggio in treno, il cambio a Padova dove mi ritrovai seduto nello stesso scompartimento di Adriano Fedele, all'epoca terzino titolare dell'Inter. Lui stava raggiungendo Milano per andare in ritiro, ma io ero timido e non mi presentai. Poi ci rivedemmo in sede e mi disse: «Ma tu sei il ragazzo del treno»".

Chi la scoprì?

"Nessuno in particolare. Venivano tanti osservatori a seguire le gare della Serie D, ma alla fine la spuntò l'Inter che mi prese insieme al Como. Divisero i 150 milioni di lire del mio cartellino, all'epoca non pochi per un 18enne. Avrei dovuto fare il primo anno al Como, ma la squadra retrocedette dalla B alla C e l'Inter, che mi aveva provato in una tournée a fine maggio in Spagna, decise di tenermi".

Come fu l'impatto col calcio "vero"?

"Traumatico. Io non avevo idea di cosa mi aspettava, non sapevo cosa fosse la professionalità, due allenamenti al giorno, dormire in ritiro. Per me, abituato a vivere il calcio come un divertimento, era una prigione. Per non parlare degli allenamenti durissimi a cui ci sottoponeva Bersellini nel ritiro di Polsa di Brentonico, in Trentino. Ricordo poi che, quando tornammo ad Appiano, io e gli altri giovani come Chierico o Tricella facevamo anche un terzo allenamento in palestra dopo cena. Fu un avvio durissimo".

Bersellini dopo una stagione di apprendistato dietro Altobelli e Muraro la mandò in prestito: Como, Bari e anche Milan.

"L'annata in B al Milan nel 1982-83 fu fondamentale per la mia crescita. Eravamo in tournée a fine campionato in Venezuela con Real, Barcellona e Porto. Una sera, mentre eravamo in albergo a Caracas chiamò Mazzola e disse che il sottoscritto, Canuti e Pasinato dovevano ripartire perché ci avevano mandato al Milan in cambio di Collovati. Io fui felice, perché mi ero ambientato bene in città e mi ero iscritto all'Isef. In più trovai come allenatore Castagner che mi stimava. Non che Bersellini non mi vedesse, ma per lui ero acerbo. Fu una bella stagione e capii che potevo giocarmi le mie carte nel mondo del calcio".

Nel 1983 il terzo tentativo all'Inter, con Radice.

"Ci misi un po' a riconquistare la fiducia dei tifosi nerazzurri perché a luglio, prima di rientrare, ci fu il Mundialito e segnai una doppietta nel derby con la Curva Sud che mi salutò calorosamente. Però poi con Radice le cose andarono bene, mi supportò perché io facevo quello che mi chiedeva, tant'è che a fine stagione fece di tutto per portarmi con sé al Torino".

Una stagione in granata e due ricche di successi alla Juventus dove incontrò Trapattoni. E' stato lui il tecnico che ha segnato di più la sua carriera?

"Lui, insieme a Radice e Rossi, l'allenatore delle giovanili del Montebelluna. Erano diversi, ma capirono quello che potevo dare, sfruttando le mie doti e la mia generosità. Col Trap ebbi un grande rapporto, così come con compagni come Berti, Bergomi, Ferri o Marini: l'Inter rimane la squadra della mia vita, quella che ha segnato i miei anni migliori".

Lei ha segnato al Milan da nerazzurro, all'Inter da rossonero, al Toro da bianconero e alla Juve da granata. E' stato un uomo derby. Quale ricorda con più piacere?

"Ogni derby è un'iniezione di adrenalina che ritorna tuttora se ci penso. Se devo scegliere, opto per due gol: quello in tuffo con la maglia dell'Inter in un derby vinto 1-0 contro il Milan di Sacchi. Un'azione bellissima, finalizzata da me dopo un cross di Bergomi. Venivamo dalla sconfitta col Bayern in Uefa, se avessimo perso avremmo subito un duro colpo. E poi dico il 2-1 segnato all'89' alla Juventus con la maglia del Torino: perdevamo 1-0 nel primo tempo e rimontammo".

Lei non è mandato oltre i 10-11 gol in stagione, ma nell'anno dello scudetto dei record dell'Inter ('88-89), vinse la classifica dei marcatori con 22 reti. Come mai?

"Quando ho giocato da punta centrale, ho sempre segnato. Feci bene al Torino con Schachner, alla Juventus dove avevo a servirmi gente come Platini o Laudrup e all'Inter con Ramon Diaz. E in quelle quattro annate vinsi due scudetti e raggiunsi due secondi posti. E poi che terzini che avevo: auguro a tutti i centravanti di trovare gente come Brehme o Cabrini a fargli i cross".

Prima ha citato Berti fra i compagni a cui è rimasto più legato. Era anche il più matto?

"Senza dubbio. Nicola era una bomba, il contrario rispetto a me, più tranquillo e riflessivo. Ma fra di noi c'era sintonia, un'istintiva simpatia per la diversità di caratteri. Io lo rasserenavo, lui tirava fuori un po' di pepe da me".

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