Tagliavento: “Fermare le partite serve. Ricordo quel Cagliari-Inter in cui Eto’o…”

Tagliavento: “Fermare le partite serve. Ricordo quel Cagliari-Inter in cui Eto’o…”

L’ex arbitro ritorna sui fatti di Inter-Napoli

di Fabio Alampi, @FabioAlampi

Non si è ancora esaurita l’eco per i cori razzisti rivolti da parte di San Siro a Koulibaly nel corso di Inter-Napoli di mercoledì sera. Intervistato da la Repubblica, l’ex arbitro Paolo Tagliavento ha commentato l’accaduto, citando un episodio del 2010 che lo riguardò direttamente.

Tagliavento, cosa successe quel giorno?
Che provammo a fermare i razzisti con l’unico metodo a nostra disposizione.
Se la ricorda quella giornata?
Perfettamente. Ogni volta che la palla arrivava ad Eto’o dagli spalti veniva massacrato, versi orrendi che mimavano quello della scimmia. Io li interpretai come chiaramente razzisti. Facemmo fare un annuncio dagli altoparlanti ma non bastò. Allora, in accordo con il responsabile dell’ordine pubblico, facemmo fare il secondo e nel frattempo ci fermammo, andando tutti verso il centro del campo.
Poi la partita riprese, però.
Sì, fu Eto’o per primo a venire da me e dirmi: “Dai, giochiamo”. Ma la cosa importante è che, dopo quel gesto, non si sentì più nulla di simile per tutta la gara.
Insomma, secondo lei fermare la partita funziona?
In quel caso funzionò. Ma mi sbilancio: anche negli altri casi in cui è stato fatto ha prodotto lo stesso. Fermarsi fa effetto.
Qualcuno le disse che non avrebbe dovuto?
In realtà fu una cosa che raccolse una certa condivisione. Visto poi che il risultato aveva zittito quei quattro scemi che ululavano, portando al risultato di finire in tranquillità la partita. Ma un ruolo centrale in questi casi possono avercelo anche altri.
A chi si riferisce?
Ai tifosi: a seguire, ogni volta che toccava palla Eto’o, il resto dello stadio, la parte sana che è sempre la maggioranza, applaudiva anche se si trattava di un calciatore avversario. Un modo per prendere le distanze dai beceri.
E le istituzioni sportive cosa le dissero?
Nonostante si fosse trattato di un episodio molto veloce, anche naturale per me, fu amplificato in maniera positiva. Dai media, ma anche dalla mia componente, l’Associazione italiana arbitri. Aprì un precedente che però era ben visto dalle istituzioni, pure la Federcalcio. Anche se nessuno dalla Federazione mi chiamò: li ho sentiti altre volte, non in quel caso.
Per la sua esperienza all’estero il fenomeno del razzismo negli stadi è ugualmente percepito?
Intanto le regole sono le stesse. Casi? Nell’est Europa forse c’è un po’ meno di elasticità in materia, ma in Champions a me non è mai capitato di assistere a episodi così. Anzi, in Spagna in un briefing prepartita i dirigenti dell’Atletico, temendo sanzioni, mi spiegarono preventivamente che un coro dei loro tifosi prevedeva un “uh” che poteva essere frainteso ma era solo di incitamento.
In chiusura, ha fatto bene Mazzoleni a lasciar giocare?
Non parlo del lavoro dei colleghi: devi essere in campo per giudicare e nessuno di noi era lì.
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