Cambiasso: “Io all’Inter? Zanetti l’ultimo che vorrei mi chiamasse. Mou non fu motivatore ma…”

Le parole dell’ex centrocampista nerazzurro

di Marco Astori, @MarcoAstori_

Esteban Cambiasso, ex centrocampista dell’Inter, è intervenuto in collegamento con gli studi di Sky Sport. Tanti i temi affrontati dall’argentino, tra cui la sua grande esperienza in nerazzurro, ma non solo.

Cosa ti piace della tua nuova vita da commentatore?
Io cerco di fare tutte le attività pensando ad una crescita: se uno pensa di sapere tutto ha perso in partenza. La mia intenzione è arrivare e dire quello che penso, ma soprattutto aprire le orecchie per ascoltare tutti e imparare.

Pensavi di crescere quando sei arrivato all’Inter dopo il Real?
Ho fatto il salto grosso, ma quando ho lasciato l’Inter sono andato in Premier ed è stata una scelta per imparare lo sport in Inghilterra. Quando affronti le difficoltà hai paura, quando le superi cresci molto. Poi sono andato in Grecia, sono stato felicissimo.

Con quale campione avresti voluto giocare all’Inter?
La grande soddisfazione di allenarmi col mio idolo l’ho ottenuta: è stato Redondo, è nato nella mia stessa società, a 16 anni l’ho conosciuto. Difficile immaginarlo all’Inter per il suo passato al Milan. Il giocatore del cuore dell’Inter? Difficile dirlo, sarebbe un’ingiustizia totale.

Un allenatore che ha segnato la tua carriera?
Sarei ingiusto se non parlassi di quelli che ho avuto da bambino, sono stati fondamentali. Poi il mio grande maestro con cui ho anche collaborato è Jose Pekerman. E’ stata un’esperienza intensa e bellissima: lo conoscevo e mi ha fatto stare benissimo, i giocatori sono stati disponibili. Non avevo esperienza e tanti li avevo affrontati, potevano guardarmi in modo storto, al di là della nazionalità: sono però riuscito a sentirmi comodissimo ed entrare appieno nell’esperienza vivendo con un’intensità pazzesca. Volevo aiutare tutti.

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il calciatore?
Io sono appassionato di tutti gli sport, mi sono trovato a fare il calciatore: non ho iniziato pensando di diventare professionista. E’ stato un sogno che si è avverato. Mi sarebbe piaciuto fare l’ISEF e restare nel discorso sportivo. Fare l’allenatore? Tanti giocatori pensano se farlo o no negli ultimi anni, io l’ho pensato già dai 18 anni in Argentina: ho sempre ragionato così cercando di capire gli allenatori. Ci sono ruoli in cui devi essere al corrente su tutto quello che accade in squadra, come nel mio.

L’anno del Triplete, cosa vi ha detto Mourinho dopo la sconfitta di Roma?
La gente a volte ha la percezione sbagliata delle emozioni dei giocatori: gli allenatori a volte devono calmare i giocatori e non incitarli. Jose è stato bravo ad equilibrare le motivazioni, poche volte doveva motivarci: ha avuto il ruolo di darci fiducia. La motivazione non la crea l’allenatore: se i giocatori non ce l’hanno intrinseca, il percorso è corto. Non penso che sia stato un discorso di motivarci, più darci sicurezza: e lui l’ha fatto tutto l’anno.

Cosa aspetti ad allenare l’Inter?
Ci sono tempistiche da rispettare. L’altro giorno ho fatto questo discorso con Zanetti e mi hanno chiesto lo stesso: la chiave è il modo in cui ho vissuto la mia carriera. Purtroppo per me e la mia famiglia ho avuto un rapporto felicissimo con le vittorie e tristissimo con le sconfitte fuori asse: io ho vissuto con normalità il vincere, le sconfitte le ho sofferte tanto. La mia famiglia ha goduto di questo tempo calmo con me. Se mi chiama Zanetti? Gli ho detto scherzando una realtà: chi ti chiama per allenare, poi ti manderà via. Io ho fatto tutti i corsi possibili, allenare ce l’ho in testa: il dirigente ti chiama per allenare e poi ti chiama per andare via. L’ultima persona che vorrei mi chiamasse è Javier, non vorrei che l’amicizia possa essere rovinata. Anche se lasci in trionfo, magari rimane male chi ti voleva: meglio lui non ci sia.

Chi scegli tra Eto’o o Ibrahimovic?
Non si può. Non si crea una squadra scegliendo uno o l’altro, ci sono opportunità da cogliere: non credo nel calcio teorico, è troppo facile. Bisogna vedere cosa serve alla squadra, la personalità dei due: sono stato felice di aver giocato con entrambi. Così come con Milito, non potrei dire scelgo lui piuttosto dell’altro.

 

 

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