Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'ex dirigente della Fiorentina ha parlato dell'episodio capitato a Bove


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Antognoni: “Edoardo torna presto, deve stare tranquillo e pensare al meglio”
«Quello che ricordo è Martina che mi viene addosso, l’impatto tremendo, poi il buio totale, come se il mondo si fosse spento».
E dopo quella botta?
«Il risveglio nello spogliatoio. Ho riconosciuto subito mia moglie e mi hanno detto che questo è stato molto importante. Quarantatré anni fa non c’erano le tecniche di oggi, il defibrillatore: sono stato fortunato perché non era un colpo alla tempia, altrimenti addio».
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Quando ha rivisto Bove è ritornato a quella domenica maledetta?
«Inevitabile. Domenica ero a casa, non allo stadio, forse è peggio. Sei lontano, non sai cosa sta succedendo. Ma non è giusto fare confronti: il mio episodio è stato traumatico, Edo si è accasciato da solo. In parallelo con il mio caso è nel fatto che Cataldi, bravissimo, gli ha subito tirato fuori la lingua. A me l’aveva fatto il massaggiatore, anch’io potevo soffocare: quando mi sono svegliato mi faceva male la lingua, non la testa».
Giusto rinviare Fiorentina-Inter...
«Ci mancherebbe. Ma adesso sta meglio, per fortuna. Ho sentito che non ci sono conseguenze gravi. L’ho conosciuto, è un ragazzo forte. Coraggioso. Addirittura è stato lui a dire ai compagni di giocare in Coppa Italia contro l’Empoli».
Gli ha parlato?
«Non adesso, troppa confusione in ospedale e non è il caso di affaticarlo. Presto lo incontrerò. L’avevo conosciuto a Marsiglia in estate, l’Under 21 aveva un’amichevole. È molto più maturo della sua età come uomo e come giocatore».
Cosa gli dirà?
«Di stare tranquillo e di pensare al meglio, non al peggio. Il peggio è passato. C’è chi non ce l’ha fatta, Curi, Foe, Morosini, lui sì. Eriksen ha ricominciato, è un miracolato, ora gioca come prima. Gli racconterò la mia esperienza, lo tranquillizzerò, se posso. Capisco che si ripeterà la domanda “perché è successo a me? perché?”, però deve andare oltre. Importante è capire le cause, perché non si ripeta il malore».
Cosa è stato importante per il recupero psicologico?
«Tutti quelli che ti vogliono bene. La squadra, i compagni, i tifosi, e naturalmente la famiglia. Mia moglie Rita, mio figlio Alessandro che aveva un anno e mezzo. Mi hanno aiutato a rinascere».
Pensa che oggi si giochi troppo?
«Ci sono più partite, un po’ di superlavoro, però c’è tanto turnover. Se n’è parlato e non c’è nessuna prova che casi del genere siano con seguenza della fatica. Sono sempre successi».
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