Branchini: “E’ stato mercato avvilente. Zhang serio, ha bisogno di tempo. Su Pastore e…”

Branchini: “E’ stato mercato avvilente. Zhang serio, ha bisogno di tempo. Su Pastore e…”

L’agente Branchini ha fatto il punto sul mercato di gennaio

di Francesco Parrone, @FrankParr

Il noto agente Giovanni Branchini, intervistato da La Gazzetta dello Sport ha fatto chiarezza sul mancato arrivo di Pastore all’Inter, commentando anche il momento negativo del calcio italiano: “La sessione di gennaio è stata avvilente. Senza colpi e con un pericoloso effetto apnea. Anche gli allenatori vanno ascoltati. Un mese è lungo: negli spogliatoi si crea subbuglio e i tifosi si caricano di aspettative”.

Come all’Inter per Pastore e Ramires.

“Esatto. Il Psg non svende i giocatori, si sa. Sirigu, per esempio, ha rinunciato a un anno di contratto per venir via. E l’Inter non poteva permettersi quell’operazione. Peraltro Rafinha è bravo, se sta al meglio… Il mondo nerazzurro deve avere pazienza: Zhang è serio, ha solo bisogno di tempo. Sta rimettendo a posto i conti del club. Farà bene”.

Brucia però lo stop a Ramires.

“Ramires sta allo Jiangsu come Joao Mario e Gabigol all’Inter. È costato tanto e in Cina è arrivato, con gli stessi agenti, come giocatore top. Darlo via sarebbe equivalso a depauperare il capitale. Suning non poteva dire sì. E comunque con lui e Pastore sarebbe cambiato poco”.

Addirittura.

“Se prendi Matthaeus a 25 anni fai il salto, ma con Pastore e Ramires al massimo ti garantisci dei punti in più, non svolti. Perciò il mercato così com’è non funziona e girano prezzi assurdi. Dobbiamo abbandonare determinate abitudini e credo che anche i media possano darci una mano”.

In che senso?

“A furia di parlare di un calciatore, spesso si determina un effetto di amplificazione. E tutti si convincono che un determinato rinforzo è indispensabile. Anche se non lo è”.

Allora come cambierebbe il mercato?

“Non lo abolirei in inverno, come ho letto, ma tornerei all’antico. Lo fisserei al massimo a fine novembre, o ai primi di dicembre. Una sola settimana magari in coincidenza con una sosta. E in estate lo aprirei tra l’1 e il 20 luglio. In tal modo i tecnici potrebbero lavorare più serenamente, senza l’assillo dei cambi d’umore nello spogliatoio. Noi agenti lo diciamo da almeno 10 anni che così non va”.

Perché non le piacciono le liste aperte a gennaio?

“A novembre si sa già cosa non funziona in una squadra e chi cambia maglia, poi, ha più tempo per inserirsi”.

Come la mettiamo con la Champions?

“Ci sia una finestra per chi supera i preliminari e anche per chi vende loro dei calciatori. Così tutti sono tutelati. Inoltre lascerei un jolly sino al 31 marzo per chi patisce gravi infortuni. Sono mie idee, ma è giusto allargare i contributi tra gli addetti ai lavori più qualificati”.

In ogni caso bisogna fare i conti con gli interessi degli altri Paesi.

“La questione è politica. Le competizioni internazionali andrebbero riformate, cercando di contenere il numero di partite. I calciatori per dare il meglio devono allenarsi di più. Aggiungiamoci che rischiano di infortunarsi anche in gare inutili. Ma purtroppo il voto di Andorra pesa quanto quello dell’Inghilterra e si fatica a far tornare il calcio nei suoi confini più naturali”.

Cosa pensa del Fair Play finanziario?

“Invece di concentrarsi sulle commissioni di Raiola nell’affare Pogba, ci si dovrebbe preoccupare del fatto che, pur rispettando le regole, i due club che dettano legge sul mercato in Europa (Psg e City ndr) hanno alle spalle due Stati, tra i più ricchi al mondo. Quale società, anche la più grande, potrà mai competere con loro? È dura per tutti stare al passo, e questo Fair Play finanziario non aiuta certo”.

Si sono appena insediati i commissari.

“Appunto. E’ l’occasione giusta per ripensare tante cose, meglio se si ascoltano più voci invece di concentrarsi subito sul nuovo c.t.”.

Cosa farebbe?

“Ci mancano i campioni, ma non per mancanza di talenti”.

Cioè?

“Li perdiamo per strada perché non li aiutiamo a crescere. E l’attuale generazione non è di vertice. Invece di cercare un c.t. di nome darei fiducia a Gigi Di Biagio: è bravo e conosce bene gli azzurrini. Del resto, non serve uno chef di grido se non hai fatto una grande spesa”.

Resta il problema di un calcio italiano in crisi.

“Se neanche tra i club abbiamo più vinto nulla dal 2007 in poi, vuol dire che bisogna ripensare un po’ di cose e magari guardare all’estero. Di sicuro la ricetta non è quella di chiudere le frontiere agli extracomunitari”.

A cosa pensa?

“Non voglio apparire come quello che ne sa più di tutti, ma se fossi Malagò suggerirei ai presidenti un gentleman agreement, visto che le norme non permettono veti: indicherei un limite di utilizzo di soli 6 stranieri, in maniera indistinta tra comunitari ed extracomunitari. Così gli italiani avrebbero lo spazio necessario”.

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(Fonte: Carlo Laudisa, La Gazzetta dello Sport 3/2/18)

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