ESCLUSIVA Milanese: “ET mi ha spiegato la sua Inter. Ronnie? Falso il fatto che…”

ESCLUSIVA Milanese: “ET mi ha spiegato la sua Inter. Ronnie? Falso il fatto che…”

di Alessandro De Felice

“L’Inter ha oltre cento anni di storia, ma nel cuore dei tifosi sono impresse quattro formazioni: la squadra di Helenio Herrera, quella dei record di Trapattoni, ovviamente la recente Inter del triplete e poi… c’è quella di cui anch’io ho fatto parte.” Queste parole ce le confida con orgoglio il gentilissimo Mauro Milanese, ex calciatore dell’Inter, attualmente direttore sportivo del Leyton, squadra inglese che milita nella Football League One. Abbiamo incontrato Mauro in occasione del Wy Scout Forum che si è tenuto a Londra, conserva la stessa grinta e schiettezza di quando indossava scarpette e parastinchi, ma ciò che ci ha piacevolmente colpito è la sensibilità dell’uomo, spesso mascherata in campo dal suo modo di giocare ai limiti del regolamento. È un Mauro Milanese che parla senza freni, ci racconta la sua Inter e la relaziona a quella attuale. Non mancano aneddoti su Ronaldo, Thohir e alcune sue riflessioni in merito ai problemi che affliggono i nerazzurri e il calcio in generale. Questa la lunga intervista concessa ai nostri microfoni:

Ciao Mauro, iniziamo con due domande semplici: dicci come stai e se segui sempre l’Inter…

“A Londra mi trovo veramente bene, vivo una vita intensa e ogni giorno mi sento sempre più a mio agio con la lingua. Ho anche evitato di installare la tv satellitare in italiano perché sarebbe stata una continua tentazione. Ho preferito quella in lingua inglese e devo dire che la scelta è stata giusta. Sono lontano dall’Italia, ma quando posso guardo volentieri le partite di Campionato. Non lo faccio continuamente, ma quando posso è sempre un piacere. Ovviamente seguo anche l’Inter e so che le cose non stanno andando molto bene.”

Ti sei fatto un’idea su quelle che potrebbero essere le problematiche?

“Fatico a vedere uomini che lascino tutto sul terreno di gioco. Probabilmente si eccede in leziosismi, ma nel calcio attuale, come in quello del passato, c’è bisogno di cuore e attaccamento alla maglia.”

Nella tua Inter c’erano tanti lottatori…

“In quella squadra c’era tutto: io che entravo in modi poco gentili, Colonnese che si spaccava un occhio per andare a recuperare un pallone, Ronaldo che deliziava con doppi passi e qualche dribbling in più. Una squadra vera deve essere il giusto mix d’atletismo, agonismo e classe, non tutti possono permettersi la giocata, anzi, è fondamentale che ci sia chi è disposto a sacrificarsi. Ognuno deve mettere a disposizione della squadra le migliori doti di cui dispone, c’è chi può saltarne tre e arrivare in porta e chi, per poterglielo permettere, deve correre di più o spazzare qualche pallone in tribuna. Non è una vergogna se serve alla squadra.”

L’Inter del 97-98 non ha vinto il triplete, non ha stabilito alcun record e non è stata rinominata “grande.” Tuttavia è entrata nel cuore dei tifosi, com’è stato possibile secondo te?

“Proprio per quello che ti dicevo prima: Lasciavamo tutto sul campo, si finiva di correre solo quando lo ordinavano il mister o l’arbitro. Eccetto Bergomi, avevamo una difesa priva di nomi altisonanti: Milanese, Colonnese, Fresi, West, Galante, Sartor. Nessun pallone d’oro, ma grinta e cuore da non invidiare a nessuno. Siamo riusciti a portare l’Inter in alto grazie al nostro sudore e probabilmente avremmo anche conquistato lo scudetto, si è capito solo dopo il perché non ce l’abbiamo fatta. Abbiamo vinto la Coppa Uefa, che in quegli anni era ancora una competizione d’élite. La gente non è stupida, i tifosi capiscono quando ce la metti tutta e quando tiri via la gamba. Tutti apprezzavano il nostro impegno e il ricordo che ho io dei tifosi dell’Inter è quello di supporters meravigliosi, che per sostenerci non risparmiavano fiato e polmoni. Noi di rimando ci sentivamo ancora più obbligati nei loro confronti. Era come una ruota che girava. È sempre la squadra che deve trascinare i propri tifosi, poi se in campo si è disposti a non mollare niente, chi è in tribuna non fischierà mai. Credo che la differenza tra la mia Inter e l’attuale, sia sostanzialmente questa.”

Quindi bisognava correre anche per Ronaldo?

“E anche per Moriero (ride; ndr) che partiva palla al piede sulla fascia, ma ogni tanto non rientrava perché troppo stanco. Però non è mai stato un disagio, non c’è mai stata invidia. Loro ci facevano vincere con le giocate, gli altri aggiungevano la quantità. Era un gruppo vero.”

C’è chi sostiene che Ronaldo si allenasse malvolentieri. Tu cosa puoi dirci a riguardo?

“Smentisco con vigore. Ronaldo è un brasiliano e da tale si annoiava un po’ quando c’era da svolgere lavoro atletico. Questo non significa che si esentasse, lo faceva, ma magari senza forzare al massimo. Tutto cambiava repentinamente quando in allenamento compariva il pallone, diventava una scheggia: si trasformava e sul suo viso compariva il sorriso. Lui diceva sempre:”calcio è allegria, è brutto non usare il pallone” si divertiva a fare il funambolo con la palla tra i piedi e vi assicuro che noi che abbiamo avuto la possibilità di allenarci con lui abbiamo visto cose ancora migliori di quelle che si sono ammirate in partita.”

Era l’Inter di Massimo Moratti, oggi è l’Inter di Thohir…

“Si, due modi diversi di gestire il club. Ho conosciuto anche il nuovo presidente, mi ha chiamato per Inter Forever e mi ha fatto piacere. Ci ha spiegato la sua idea: per lui l’Inter deve rappresentare  una famiglia, deve donare senso di appartenenza, proprio per questo motivo, poco importa se c’è chi ci ha giocato un solo minuto o chi ha costruito all’Inter gran parte della propria carriera. L’importante – per lui – è aver indossato almeno una volta quei colori, condizione sufficiente e necessaria per entrare a far parte della grande famiglia nerazzurra.”

C’è chi si lamenta per i pochi investimenti

“Il calcio è cambiato, ormai è un’azienda e chi investe il proprio denaro non vuole perderci niente. Prima era tutto diverso, era un investimento a perdere da parte di ricchi signori, che per gratitudine o altre ragioni loro, decidevano di investire i propri fondi in favore della città che gli aveva permesso di elevarsi a ceti sociali di un certo livello. Allora compravano la squadra di calcio del posto e ciò bastava a rendere felici i cittadini, perché il calcio crea emozioni, spirito di appartenenza, unione. I presidenti erano personaggi di questo genere: guadagnavano tanti soldi grazie alle attività che svolgevano e decidevano di non conservare tutti i proventi. Mettevano già in cantiere l’ipotesi di perdere una percentuale dei propri guadagni personali mediante il calcio. Adesso una cosa simile sarebbe impensabile.”

Ritorniamo all’Inter dei giorni nostri: qualcuno storce il naso nel vedere Ranocchia capitano, crede che debba farsi sentire di più?

“Come potrei dire una cosa simile, neanche lo conosco. Non so quali siano gli equilibri dello spogliatoio e sono la persona meno indicata per poter esprimere pareri di questo genere. Posso dire che non c’è un solo modo di essere leader e non esiste una sola strada per farsi ascoltare. Spesso alzare la voce non è utile. Prendete l’esempio di Zanetti, lui è stato un gran capitano, ma non ha mai urlato ai compagni, né imponeva la propria personalità. Lui era l’esempio da seguire, perché si allenava con costanza, metteva la squadra davanti a tutto, non ha mai fatto un minuto di ritardo, sempre il primo a sacrificarsi e l’ultimo a mollare. I suoi compagni seguivano l’esempio che lui dettava in silenzio, semplicemente eseguendo il suo lavoro in maniera praticamente impeccabile. È come un bambino che cresce avendo davanti a sé l’esempio di un padre che riempie d’attenzioni la propria moglie, che torna da lavoro e la cerca per darle un bacio. Il bambino guarda, apprende e da grande si comporterà in quel modo con la donna che sceglierà di avere accanto. Eppure il padre non avrà mai dovuto dirgli niente, non lo avrà mai dovuto sgridare per fargli capire come si tratta una donna.”

Prima di emigrare in Inghilterra hai giocato in diverse squadra italiane. Quale ti è rimasta maggiormente nel cuore?

“Ho avuto la fortuna di indossare tante maglie importanti di società storiche, ma posso dire che l’Inter è quella che mi ha segnato di più. Tanto che a Milano ho comprato anche casa e per lunghi periodi è stata la mia base.”

Questa squadra ha le carte in regola per riprendersi e lottare per posizioni in classifica più gratificanti?

“Ha buone individualità e credo che possa sicuramente risalire la china, bisogna mettere al proprio posto alcune cose. Non sempre il migliore undici è dato dall’insieme dei singoli più forti. Bisogna bilanciare e assemblare le caratteristiche di ognuno e qualche volta significa anche lasciar fuori qualcuno bravo che non riesce ad esprimersi con la squadra.”

Le caratteristiche di Dodo e Nagatomo possono andare bene a Roberto Mancini?

“Sono entrambi calciatori che stanno bene qualche metro più avanti, più adatti alla fase propositiva che a quella di contenimento, ma questo non significa che col lavoro non possano adattarsi ai dettami del tecnico. Dodo poi è giovanissimo.”

È una squadra che dovrà riconquistare i tifosi dimostrando attaccamento a questi colori?

“Dimostrando di non aver voglia di mollare neanche un solo centimetro.”

SI RINGRAZIA MAURO MILANESE PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’.

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