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Boninsegna: “A Fraizzoli dissi: ‘Alla Juve vada lei’. Madrid 2010? Non ci andai perché…”

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Le parole di Bonimba: "Juve? La presi male, invece fu un'esperienza bellissima: vinsi ancora due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa"
Marco Astori Redattore 

Roberto Boninsegna, ex calciatore dell'Inter, nel corso di una lunga intervista ai microfoni de La Stampa, ha ripercorso così la sua carriera, partendo dagli inizi in nerazzurro: «Una domenica venne a vederci Eligio Vecchi, ex nerazzurro: "Ti piacerebbe provare per l'Inter?" mi chiese a fine gara. Gli dissi di parlare con papà, spiegando che l'avrebbe trovato solo nei week end, quando il lavoro gli dava tregua. Si chiamava Bruno, faceva il saldatore in fabbrica: al tempo non c'erano protezioni, è andato via a 61 anni».

Vecchi venne a casa...

«E lo convinse. Meazza, che dirigeva il settore giovanile, mi promosse dopo due test a Rogoredo, però avevo solo 13 anni e dovevo fare il pendolare: mi spostavo in treno, carrozze di legno, se facevo tardi all'allenamento mi accompagnava il mister».


Boninsegna Inter

Mamma Elsa come la prese?

«Era felice, amava il calcio ed era tifosissima del Mantova.

Quando mi aspettava, all'ottavo mese, andò allo stadio ma il custode non la fece entrare: troppo rischioso. Si presentò alla partita successiva insieme a un'amica levatrice».

A Milano scalò il settore giovanile senza però esordire in prima squadra...

«Ci andai vicino nel 1963, quando Herrera mi convocò perché Di Giacomo s'era rotto un braccio. Invece giocò lo stesso e dopo pochi giorni mi mandarono al Prato, Serie B».

Dopo tre anni dopo il Cagliari, il ritorno in nerazzurro.

«Avevamo chiuso al secondo posto dietro la Fiorentina, ma il Cagliari doveva far cassa e Riva era intoccabile. "Mi muovo solo per l'Inter" dissi e mi accontentarono. Anche perché in cambio arrivarono Gori, Poli e Domenghini».

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Rimase sette anni...

«E segnai 173 gol, diventando due volte capocannoniere. Anzi tre, perché nel 1973-'74 quando vinse Chinaglia considerarono autorete un gol limpido. Poi, nell'estate del '76, mentre ero tranquillo al mare telefonò Fraizzoli. Era imbarazzatissimo, "la società ha deciso di cederla alla Juventus" come se al vertice non ci fosse lui. "A Torino vada lei" replicai, ma erano altri tempi: allora le discussioni si chiudevano con la frase "Altrimenti smetti di giocare". La presi male, invece fu un'esperienza bellissima: vinsi ancora due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa».

Prese anche una multa da Trapattoni per indisciplina.

«A fine allenamento mi fermavo a provare i tiri dal limite. Una volta, uno mancò la porta e Trap provò a spiegarmi come avrei dovuto colpire: "Quanti gol hai fatto in Serie A?" gli domandai? E gli ricordai i miei. Scoprii della multa quando andai a ritirare lo stipendio, ma la decurtazione era compensata da un regalo per mia moglie Ilde».

Tutto d'un pezzo, come per la finale di Champions dell'Inter a Madrid.

«Avevo accettato l'invito del club, ma un paio di giorni prima la segretaria di Moratti mi avvisò che non avevo più il posto sul charter della squadra dove viaggiano i campioni di ieri. Mi avrebbero spostato su un altro volo, ringraziai e vidi la partita in tv».

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