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Altobelli: “Beccalossi? Morto per metà anch’io. Impazzisco all’idea di non esserci al funerale”
Spillo Altobelli piange Evaristo Beccalossi. Ecco le parole a Repubblica dell'ex centravanti dopo la scomparsa di ieri del compagno: «Sono morto per metà anch'io, non solo il Becca. Ci siamo conosciuti nel 1974 al Brescia e non ci siamo mai mollati. Sono bloccato qui, all'idea di non riuscire a essere al funerale impazzisco. Lui mi avrebbe detto che non fa niente, basta il pensiero».
Avete mai bisticciato?
«Mai. Siamo sempre stati dalla stessa parte, in campo e nella vita. Ricordo il giorno del suo arrivo all'Inter. Io ero alla Pinetina da un anno, avevo raccontato a Mazzola e Beltrami quanto fosse forte. Poi mi hanno ringraziato. Sei anni dopo mi spesi con Rummenigge per non farlo cedere, ma invano».
Che giocatore era Beccalossi?
«Aveva una classe cristallina, che non si insegna, non si impara e non si copia. Era ambidestro. In un metro ti saltava tre volte, poi segnava o serviva assist».
Il più bello che le ha fatto?
«In un 4-0 contro la Juve. Il gol era suo: dovevo solo spingerla dentro».
E lei quanti assist gli ha restituito?
«Più di quelli che si pensa. Quando segnò una doppietta nel derby, misi lo zampino in entrambe le reti. Ci capivamo al volo. Anche troppo».
Perché troppo?
«Facevamo di testa nostra, Bersellini si incazzava. Ci accordammo perché fossi io a battere una rimessa laterale e lui a occupare l'area. Per fortuna segnò».
Fuori dal campo, stessa intesa?
«Ne abbiamo passate tante. Abbiamo anche vissuto insieme ad Appiano. All'una di notte si alzava dal letto, andava in auto a Milano, mangiava una pizza e tornava indietro. In trasferta ne abbiamo combinate tante».
Ne racconti una.
«Dopo una partita di Coppa Italia a Pisa finimmo a cena a Viareggio con Renato Zero e ci svegliammo a Genova. A Brescia, la moglie e i genitori avevano dato il Becca per disperso».
Negli ultimi tempi riuscivate ancora a vedervi?
«Sarebbe stato il primo appuntamento al ritorno dal Kuwait. Gli avrei portato gli amici di sempre. Bini, Baresi e Pasinato. Ci trovavamo a tavola da Totò, il ristorante di Milano preferito dal Becca».
Vi siete fatti promesse?
«Non ce n'era bisogno. Sapeva che ci sarò per sempre, per sua moglie e per sua figlia. Ma non servirà, nemmeno dal punto di vista dell'affetto. Era un campione, anche nella vita. Per me era molto più di un amico. Quando ero con lui mi sentivo migliore. Mi dava forza, mi completava. Ci apprezzavano pure i non interisti. Insieme, il Becca e io, prendevamo gli applausi».
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