In una lunga intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, Barbara Facchetti ha parlato del suo rapporto col papà, Giacinto, scomparso nel 2006. "Era dolce, premuroso. Un papà molto presente, anche se il suo lavoro spesso lo portava lontano. Era severo, a volte rigido, ma con un cuore tenero e un modo tutto suo di dimostrare l’affetto. Era un papà “chioccia”: chiamava anche tre volte al giorno, voleva sapere come stavamo, se andava tutto bene. E se qualcosa non andava, lo capiva subito. Non faceva finta di niente, ma ti chiedeva".

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B. Facchetti: “Tentativo di trascinare papà nel fango di Calciopoli. La relazione di Palazzi…”
"C’era. Da piccola andavo spesso a San Siro con le mie zie e con il nonno Felice per vederlo giocare: erano momenti speciali, pieni di emozione. Un giorno entrai in campo in braccio a lui a San Siro prima di Italia-Svezia. Ogni tanto mi portava con sé agli allenamenti ad Appiano Gentile: mi piaceva molto. Poi, quando è diventato dirigente, ho continuato ad accompagnarlo: in un modo diverso, ma sempre al suo fianco. Con lui ho condiviso tanti momenti bellissimi. Papà era un golosone, come me: la crostata e il gelato, soprattutto quello alla liquirizia, erano la sua passione".
C’era qualcosa che non tollerava?
—«La maleducazione, l’arroganza, la falsità. Però era davvero calmo e se si arrabbiava teneva tutto dentro a costo di somatizzare: molto raramente l’ho sentito alzare la voce. Era semplice e genuino. Non amava mettersi in mostra, era riservato, ma con un’eleganza naturale. Aveva perso la mamma da piccolo e fu cresciuto dalle sorelle. Aveva fatto ragioneria, da solo studiò le lingue: parlava bene inglese e francese».
Era un leader naturale, come dimostrano i gradi di capitano di Inter e Nazionale?
—«È sempre stato un punto di riferimento anche se era di poche parole. Trasmetteva serenità, incoraggiava. Ma pretendeva un comportamento adeguato: in casa non erano ammesse le parolacce. Papà si preoccupava per gli altri, anche fuori dal calcio. Dopo la sua morte alcune persone mi hanno raccontato di essere state aiutate da lui. Lo ignoravo: non si vantava mai di nulla».
Aveva un rimpianto sportivo?
—«Credo il Mondiale 1970: dopo la semifinale con la Germania Ovest, l’Italia arrivò stanca alla finale con il Brasile di Pelé. Io ero la più grande di quattro figli, spesso percepivamo il suo stato d’animo. Non chiedevamo molto perché in casa non parlava mai di calcio. Però quando lo vedevamo soffrire gli dicevamo anche di mollare, ma il suo amore per l’Inter era troppo grande: non avrebbe potuto farne a meno».
L’Inter ha ritirato la sua maglia numero 3. Lui sarebbe stato d’accordo?
—«Penso di no, anche se si è trattato di un omaggio. A me dispiace che l’abbiano ritirata: sarebbe bello vederla ancora sul prato di San Siro».
Tre cose che le ha insegnato?
—«Il rispetto; l’affrontare la vita con entusiasmo; e avere un cuore gentile. Sono cose che fanno parte di me e non mi lasceranno mai».
Ha mai pensato che le polemiche di Calciopoli abbiano influito sulla sua malattia?
—«Le cattiverie subite non sono state la causa della malattia, ma sicuramente lo hanno ferito profondamente nell’animo. La malattia ha avuto purtroppo un decorso rapidissimo. Ero con lui alla finale d’andata di Coppa Italia all’Olimpico tra Roma e Inter il 3 maggio 2006. Papà tornò con la squadra, io mi fermai lì perché lavoravo agli Internazionali di tennis. Il giorno dopo mi chiamò la segretaria di Moratti perché papà non stava bene: era in ospedale, dagli accertamenti emerse il tumore al pancreas. Molto aggressivo, purtroppo. Fu una mazzata tremenda per tutti. Lui affrontò la malattia con una dignità straordinaria: senza mai lamentarsi o far pesare nulla, provando a reagire e a lottare come sempre. Un giorno in giardino si mise a fare gli addominali. Non voleva mollare. Ma la chemio era molto pesante e c’era poco da fare. Il 4 settembre morì».
Cosa penserebbe della demolizione di San Siro?
—«Sarebbe dispiaciuto, lui era un romantico. Io vado ancora allo stadio, anche se con minore assiduità rispetto agli anni in cui era presidente. Dopo la sua morte ho preso le distanze per un lungo periodo. Soffrivo a tornare lì senza di lui».
C’è qualcosa che le ha fatto male?
—«Il tentativo di trascinarlo, post mortem, nel fango di Calciopoli: non se lo meritava proprio. La relazione di Palazzi è stata una semplice accusa sbandierata come sentenza. Ma le sentenze di Napoli sono sotto gli occhi di tutti. Ogni tentativo di manomettere la memoria alla fine è fallito».
Quasi vent’anni senza Giacinto. Le manca?
—«Tantissimo. Mi piacerebbe condividere con lui ciò che sto facendo, chiacchierare di tante cose. La partita inaugurale del Mondiale sarà all’Azteca di Città del Messico, lo stadio della partita del secolo, una delle sfide iconiche della sua carriera. Non vedo l’ora di essere lì. Lo sentirò ancora più vicino».
(Gazzetta dello Sport)
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