- Squadra
- Calciomercato
- Coppa Italia
- Video
- Social
- Redazione
news
Getty Images
Scegli Fcinter1908.it come tuo sito preferito su Google: clicca qui
Stefano Boeri, archistar di provatissima fede interista ha parlato a La Gazzetta dello Sport dello scudetto vinto dalla squadra di Chivu
La celebrazione così studiata nasce dal fatto che questo è un titolo speciale?
«Speciale perché sono stati riattaccati pezzi di cuore dopo le precedenti sconfitte. Tutti gli scudetti, però, per definizione, sono gioia pura da festeggiare. Io, ad esempio, li ricordo tutti...».
Questo dove lo mette nella sua geografia del cuore?
«Sicuramente nei primi cinque, magari al quarto posto. Il primo è quello di Giovanni Invernizzi nella stagione 1970-71, completamente inatteso e per questo indimenticabile. Avevo 13 anni, andavo nei popolari già da quando ne avevo sei. La squadra aveva dentro un po’ della Grande Inter, da Mazzola a Facchetti fino a Jair: c’erano pezzi di memoria storica e Invernizzi ridiede serenità e libertà tattica ai senatori».
E gli altri tricolori in classifica?
«Lo scudetto delle due stelle lo metto al secondo posto, e i motivi sono chiari a tutti, considerando che ho due fratelli milanisti... La terza posizione potrebbe sorprendere: scelgo lo scudetto vinto con Antonio Conte, un po’ perché è stata la svolta e ha dato inizio a questo ciclo, e un po’ perché era il primo abbraccio che ci concedevamo dopo la pandemia».
Questo scudetto, invece, come verrà ricordato?
«Come quello di Cristian Chivu, il collante di giocatori e tifosi. Un allenatore coraggioso e un uomo serio: avrebbe potuto accontentarsi di una squadra qualificata alla Champions che si leccava ancora le ferite, invece ha trasmesso un senso e un gioco diverso. Soprattutto, ha unito la vecchia guardia, da Barella a Lautaro e Bastoni, ai nuovi arrivati. Sono diventati una cosa sola. In modo leggermente diverso, ricorda il capolavoro di Invernizzi».
Che sfottò ha preparato per i fratelli milanisti?
«Il silenzio. In giornate come questa, con la festa attorno, è impagabile. Loro si sono ribellati alla tradizione di famiglia perché nostro padre Renato era interista. Da bambino la tata di papà, innamorata perdutamente di una riserva dell’Ambrosiana Inter, portava all’Arena lui e i quattro fratellini. Mentre lei poteva amoreggiare con il suo eroe, loro facevano da mascotte ai titolari e potevano passarsi la palla con Meazza in persona».
© RIPRODUZIONE RISERVATA