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fcinter1908 news interviste Cagni: “Adani inascoltabile, prigioniero del personaggio. Ha chiuso, penso che la Rai…”

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Cagni: “Adani inascoltabile, prigioniero del personaggio. Ha chiuso, penso che la Rai…”

Cagni: “Adani inascoltabile, prigioniero del personaggio. Ha chiuso, penso che la Rai…” - immagine 1
Intervistato da Repubblica, l'ex tecnico Gigi Cagni è tornato nuovamente sulla polemica col suo ex giocatore Lele Adani
Andrea Della Sala Redattore 

Intervistato da Repubblica, l'ex tecnico Gigi Cagni è tornato nuovamente sulla polemica col suo ex giocatore Lele Adani.

Gigi Cagni, ma cosa le ha fatto Lele Adani?

«Proprio niente, e io non ho fatto niente a lui. Mai litigato. È stato un mio calciatore nell'Empoli ma giocava poco, per me non era un titolare».

Però lei disse che quando Adani commenta le partite della Nazionale toglie l'audio.

«Solo perché è inascoltabile, un guru di quelli che pensano di aver inventato il calcio, ormai prigioniero del proprio personaggio. Esagera sempre. In realtà è molto debole: mi ha attaccato anche se non alleno da sette anni, e sui social lo hanno massacrato tutti. Secondo me la Rai non gli rinnoverà il contratto, per me ha chiuso».

Cagni: “Adani inascoltabile, prigioniero del personaggio. Ha chiuso, penso che la Rai…”- immagine 2

Inventato il calcio in che senso?

«Questi cosiddetti talent televisivi, che poi anche certi termini inglesi ve li raccomando, di calcio sanno poco e capiscono meno. Molti di loro non conoscono la storia, non hanno mai visto giocare l'Ajax del 1967, non dico quello del 1972, e neppure il Toro di Radice, la Ternana di Viciani o il Varese di Fascetti, memorabili esempi di pressing e fuorigioco».

Dunque, il calcio moderno esisteva anche prima del tiki taka?

«In tanti lo hanno esaltato, e qui devo tornare ad Adani: risultato, la serie A ha abbassato i ritmi in modo pauroso senza avere Xavi e Iniesta. Io andai a Barcellona per studiare Guardiola prima di tanti altri: mi viene da ridere pensando a tutti quelli che lo hanno scimmiottato».

Allora ha ragione Allegri? Il calcio, in fondo, è semplice?

«In tivù parlano presunti scienziati per tentare di renderlo più attrattivo, così vogliono gli sponsor e tutti urlano, tutti parlano inglese, poi non andiamo ai Mondiali da una vita e un motivo ci sarà».

Colpa di Adani?

«Colpa di una generazione di calciatori senza personalità, sono figli e nipoti fragili. Guardate gli occhi da belva di Beppe Bergomi nell'82, prima di sostituire Collovati contro il Brasile: aveva 18 anni e le pupille iniettate di sangue. E poi guardate gli azzurri in lacrime sul campo in Bosnia, osservate come si disperano con le mani tra i capelli. Il mio allenatore delle giovanili del Brescia ci diceva: non vi venga mai in mente di fare scene dopo aver segnato un gol o dopo averlo preso, abbiate rispetto».

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Il calcio non è anche schemi, moduli, idee e ricerca?

«Sì, ma non è aria fritta. Che bisogno c'è di passare un pizzino a un giocatore per spiegargli cosa deve fare? Se ne hai bisogno, è il tuo fallimento come allenatore. Nedo Sonetti ci insegnava il fuorigioco, nella Sambenedettese, e io che ero il libero, dovevo dettare i tempi. Ma questa cosa non mi entrava, il mister stava per uccidermi. Però, a forza di spiegare a voce, non con disegnini e lavagnette, alla fine imparai. Credo che i giovani di oggi si annoino da morire mentre gli allenatori spiegano la teoria».

Cos'è per lei la modernità?

«Sapere che il talento individuale viene prima di qualunque altra cosa e di certo prima dei muscoli e della stazza fisica. Ma il problema è più ampio, direi sociale».

O social?

«Un mio amico, importante agente di calciatori, qualche giorno fa mi ripeteva: "Gigi, oggi neanche tu riusciresti a non far entrare i cellulari nello spogliatoio". Mi spiegava, questo amico, che un istante dopo la fine della partita, non importa se vinta o persa, i ragazzi cominciano a smanettare per leggere i giudizi nei loro confronti. Mi chiedo come mai qualcuno non abbia ancora filmato un allenatore mentre, nel chiuso dello stanzone, sta rovesciando un tavolo, incazzato nero».

Troppe parole, dentro e intorno al calcio?

«Io ho vissuto per mezzo secolo in campo, 20 anni da giocatore e 30 da allenatore, conosco la storia ma non ho mai avuto le certezze che in tanti invece esibiscono. In Rai mi intervistavano giornalisti come Nando Martellini o Bruno Pizzul, potevano criticare, ma non si sarebbero mai permessi certi giudizi maleducati».