Intervistato da Repubblica, l'ex tecnico Gigi Cagni è tornato nuovamente sulla polemica col suo ex giocatore Lele Adani.

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Cagni: “Adani inascoltabile, prigioniero del personaggio. Ha chiuso, penso che la Rai…”
Gigi Cagni, ma cosa le ha fatto Lele Adani?
«Proprio niente, e io non ho fatto niente a lui. Mai litigato. È stato un mio calciatore nell'Empoli ma giocava poco, per me non era un titolare».
Però lei disse che quando Adani commenta le partite della Nazionale toglie l'audio.
«Solo perché è inascoltabile, un guru di quelli che pensano di aver inventato il calcio, ormai prigioniero del proprio personaggio. Esagera sempre. In realtà è molto debole: mi ha attaccato anche se non alleno da sette anni, e sui social lo hanno massacrato tutti. Secondo me la Rai non gli rinnoverà il contratto, per me ha chiuso».
Inventato il calcio in che senso?
«Questi cosiddetti talent televisivi, che poi anche certi termini inglesi ve li raccomando, di calcio sanno poco e capiscono meno. Molti di loro non conoscono la storia, non hanno mai visto giocare l'Ajax del 1967, non dico quello del 1972, e neppure il Toro di Radice, la Ternana di Viciani o il Varese di Fascetti, memorabili esempi di pressing e fuorigioco».
Dunque, il calcio moderno esisteva anche prima del tiki taka?
«In tanti lo hanno esaltato, e qui devo tornare ad Adani: risultato, la serie A ha abbassato i ritmi in modo pauroso senza avere Xavi e Iniesta. Io andai a Barcellona per studiare Guardiola prima di tanti altri: mi viene da ridere pensando a tutti quelli che lo hanno scimmiottato».
Allora ha ragione Allegri? Il calcio, in fondo, è semplice?
«In tivù parlano presunti scienziati per tentare di renderlo più attrattivo, così vogliono gli sponsor e tutti urlano, tutti parlano inglese, poi non andiamo ai Mondiali da una vita e un motivo ci sarà».
Colpa di Adani?
«Colpa di una generazione di calciatori senza personalità, sono figli e nipoti fragili. Guardate gli occhi da belva di Beppe Bergomi nell'82, prima di sostituire Collovati contro il Brasile: aveva 18 anni e le pupille iniettate di sangue. E poi guardate gli azzurri in lacrime sul campo in Bosnia, osservate come si disperano con le mani tra i capelli. Il mio allenatore delle giovanili del Brescia ci diceva: non vi venga mai in mente di fare scene dopo aver segnato un gol o dopo averlo preso, abbiate rispetto».
Il calcio non è anche schemi, moduli, idee e ricerca?
«Sì, ma non è aria fritta. Che bisogno c'è di passare un pizzino a un giocatore per spiegargli cosa deve fare? Se ne hai bisogno, è il tuo fallimento come allenatore. Nedo Sonetti ci insegnava il fuorigioco, nella Sambenedettese, e io che ero il libero, dovevo dettare i tempi. Ma questa cosa non mi entrava, il mister stava per uccidermi. Però, a forza di spiegare a voce, non con disegnini e lavagnette, alla fine imparai. Credo che i giovani di oggi si annoino da morire mentre gli allenatori spiegano la teoria».
Cos'è per lei la modernità?
«Sapere che il talento individuale viene prima di qualunque altra cosa e di certo prima dei muscoli e della stazza fisica. Ma il problema è più ampio, direi sociale».
O social?
«Un mio amico, importante agente di calciatori, qualche giorno fa mi ripeteva: "Gigi, oggi neanche tu riusciresti a non far entrare i cellulari nello spogliatoio". Mi spiegava, questo amico, che un istante dopo la fine della partita, non importa se vinta o persa, i ragazzi cominciano a smanettare per leggere i giudizi nei loro confronti. Mi chiedo come mai qualcuno non abbia ancora filmato un allenatore mentre, nel chiuso dello stanzone, sta rovesciando un tavolo, incazzato nero».
Troppe parole, dentro e intorno al calcio?
«Io ho vissuto per mezzo secolo in campo, 20 anni da giocatore e 30 da allenatore, conosco la storia ma non ho mai avuto le certezze che in tanti invece esibiscono. In Rai mi intervistavano giornalisti come Nando Martellini o Bruno Pizzul, potevano criticare, ma non si sarebbero mai permessi certi giudizi maleducati».
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